Amélie (Nothomb) e il Giappone: “Il fascino indiscreto dell’amore” (Tokyo fiancée)

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tokyo fiancee amelie nothomb

Buon cast, ambientazioni suggestive, trama non originalissima, ma comunque gradevole: in potenza, Il fascino indiscreto dell’amore (Tokyo fiancée) di Stefan Liberski avrebbe le carte in regola per essere una commedia riuscita. E invece, a mio parere, si limita a essere un film piacevole, o poco più.

Ispirato al romanzo autobiografico Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb (qui la mia recensione), la pellicola ci presenta il ritorno dell’omonima protagonista (Pauline Étienne) in Giappone, dove è nata vent’anni prima. In cerca di tutte le identità che si nascondono in lei e determinata a diventare una scrittrice, la ragazza si mantiene dando lezioni di francese a Tokyo; ed è grazie a queste che conosce Rinri (Taichi Inoue), un coetaneo nipponico col quale instaura un rapporto tenero e bizzarro.

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Forse, però, la vera, indissolubile storia d’amore è quella vissuta da Amélie col Paese del Sol Levante, che fa di lei davvero, in un certo senso, la fidanzata di Tokyo a cui allude il titolo originale del lungometraggio: fedele, appassionata e, insieme, piena di dubbi. Infatti, pur sentendosi legata alla nazione che l’ha vista nascere al punto da aspirare a trasformarmi in giapponese lei stessa, la giovane fatica a scendere a patti con una realtà che, soprattutto lavorativamente, la mette a dura prova.

Malgrado ciò, il tema dell’incontro/scontro col Giappone è come diluito e il suo scioglimento sempre posticipato; la dimostrazione più lampante è (purtroppo) il finale affrettato e posticcio, che pare a tutti i costi voler strizzare l’occhio a un’altra opera nota dell’autrice, La nostalgia felice. Insomma: più che spronare alla riflessione, il regista sembra puntare a far visivamente colpo sulla platea, propendo un’irresistibile Tokyo, combinazione unica di eleganza e kitsch, genuinità e fascino esotico. E così allo spettatore vien quasi il desiderio di porgere a Liberski lo stesso invito che Amélie rivolge al suo koibito: “[M]i mostri altre cose che io non vedo”.

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Ritorno in Giappone: “La nostalgia felice” di Amélie Nothomb

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http://www.youtube.com/watch?v=vbofjIk6PRU”

amelie nothomb nostalgia felice518400000 secondi, 5844 giorni o, detta ancora altrimenti, sedici anni: per un tempo così lungo Amélie Nothomb, la celebre scrittrice belga, non ha messo piede in Giappone, «il paese della bellezza» che l’ha vista bambina e poi, dopo quasi due decenni, giovane alle prese con un’alienante esperienza lavorativa, descritta magistralmente in Stupore e tremori. 

Il suo rapporto con il Sol Levante è fatto di assenze, nostalgie, tormento, dolcezza e ricordi: l’adorata bambinaia Nishio-san che stende la biancheria al sole, l’odio per le onnipresenti e voraci carpe (immortalato in Metafisica dei tubi), la stupefacente gentilezza di Rinri, il fidanzato di Tokyo (cui è dedicato Né di Eva né di Adamo)…

E così, all’indomani del sisma nipponico del 2011, Amèlie decide – o, meglio, sente il bisognodi visitare nuovamente il Giappone e riabbracciare le persone che ha amato, spinta, non di meno, dalla curiosità di scoprire come durante la sua assenza tutto sia cambiato o imprevedibilmente rimasto uguale. Ma, in fondo, cosa significa ritornare se una parte di noi non ha mai abbandonato certi luoghi e l’anima si nutre ancora della loro poesia?

amelie nothomb giappone nostalgia feliceL’autrice tenta di spiegarselo e spiegarcelo nel suo ultimo lavoro, La nostalgia felice (trad. di M. Capuani, Voland, 2014, pp. 128, € 14, ora in offerta a 11,90), dedicato proprio alle poche, fuggenti settimane trascorse nella sua terra d’elezione, tra il marzo e l’aprile 2012, accompagnata da una troupe televisiva francese incaricata di filmare quanto le accade, che poi diverrà il documentario Une vie entre deux eaux (Una vita fra due acque) è visibile qui.

Dinanzi a così tanta sostanza emotiva, stupisce quasi trovarsi fra le mani un libro breve, leggero. La ragione è presto detta: ogni parola è perfettamente calibrata e, in tipico stile Nothomb, il racconto si snoda fra ironia, lucidità e sentimento, in un susseguirsi di eventi rapido, ma non per questo meno intenso.

Ci ritroviamo, infatti, con lei commossi nell’abbraccio all’anziana tata, stupiti fra i minuscoli banchi della vecchia scuola, o abbagliati dallo splendore del Padiglione d’oro di Kyoto: e non possiamo fare a meno, anche noi, di provare un sentimento che impasta insieme malinconia, gioia e incanto.

Ognuno di noi […] può contemplare il mare, scalare una montagna e guardarsi intorno, innamorarsi: l’immensità è mille volte, dieci milioni di volte più alla nostra portata dell’infinitesimale – è per questo che tendiamo tutti ad aspirare a quello che ci supera, quello che sarebbe bellissimo se non fossimo persone che fanno tanta fatica a non ottenerlo.

* * *
Qui un’intervista a Amélie Nothomb sul suo libro (in francese).

E, qui, invece la fonte della foto.


Amélie Nothomb, Kyoto e la sindrome di Mishima

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padiglione d'oro amèlie nothomb kyoto giapponeOggi ci facciamo accompagnare a Kyoto da Amélie Nothomb, in occasione del suo ritorno in Giappone nel 2012 per girare un documentario a lei dedicato, dopo una lunga e dolorosa assenza dal paese che l’ha vista bambina e poi ragazza. La bellezza della città, i suoi meravigliosi ciliegi in fiore e la grazia quasi accecante del Padiglione d’oro sono in grado di lenire anche le vecchie ferite.

La prima volta che ci sono andata, avevo quattro anni. I miei genitori avevano portato i figli a vedere il Padiglione d’oro. Come iniziazione alla bellezza, non era una mezza misura. Senza dubbio è per questa ragione che, esteticamente, ho la tendenza a porre l’asticella troppo in alto.

Kyoto è umida non si sa quanto. A causa di ciò, l’estate è penosa quanto l’inverno. Nel 1989, quando avevo festeggiato là il nuovo anno con Nishio-san [ndt: la vecchia balia giapponese], avevo scoperto la tortura di questo freddo bagnato. Ai visitatori raccomando l’autunno o la primavera.

E’ il 31 marzo – 1 aprile. I ciliegi del Giappone sono ai primi vagiti. E’ un momento meraviglioso per riprendere i contatti con una magnificenza simile. Il regista [del documentario] si dà alla pazza gioia. Gli servo da pretesto per filmare dei luoghi divini. […]

Yumeto, la giovane interprete di Tokyo, è tanto felice quanto imbarazzata di essere lì. La maestà dei templi la riempie di fierezza, il tono sprezzante degli abitanti la costerna. “Quando mi rivolgono la parola, ho la sensazione di dover chiedere loro scusa”, mi confida. Ho degli amici romani che, a Firenze, provano una sensazione paragonabile.

La sera, quando prendiamo il treno per Tokyo, siamo in overdose sensoriale. Non siamo vittime della sindrome di Stendhal, ma di quella che si potrebbe chiamare la sindrome di Mishima: se fossimo rimasti a Kyoto un giorno di più, avremmo probabilmente incendiato il Padiglione d’oro.

da La nostalgie heureuse di Amélie Nothomb (Editions Albin Michel, 2013, pp. 152, € 16,10; traduzione mia; qui è possibile leggere la mia recensione al libro)

 

Foto di Marx.


“Né di Eva né di Adamo” di Amélie Nothomb: un amore in Giappone

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adamo e eva tokyo

Statua di Adamo ed Eva a Tokyo

Se abbia visto prima la luce l’uovo o la gallina, è questione che i filosofi, dai tempi di Aristotele, non sono ancora riusciti a sciogliere. Per quanto riguarda la nascita dell’amore tra la cosmopolita Amélie e Rinri, la soluzione si annida senz’altro fra le uova, anzi, per esser più precisi tra le “‘œufs” che lei, in veste di improvvisata insegnante di francese, tenta in ogni modo di far pronunciare correttamente al giovane studente giapponese.

E così, a colpi di simil-fonduta svizzera, okonomiyaki ed espressioni improbabili, tra i due si stabilisce una relazione tenera eppure contraddittoria, raccontata con ironia e sincerità nel breve romanzo Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb (traduzione di M. Capuani; Voland, pp. 169, € 8, in offerta a 6,80), ambientato in una Tokyo opulenta e a tratti conformista, sul finire degli anni Ottanta.

Il rapporto con Rinri, perfetto gentiluomo d’altri tempi malgrado l’età, diviene per la protagonista uno strumento per ripensare le proprie radici occidentali e il significato stesso della parola ‘cultura’, fin nelle sue più sottili sfumature; eppure, i sentimenti dei due non appaiono mai lost in translation, intorbiditi o incrinati nel passaggio da un codice (linguistico, comportamentale, emotivo, tradizionale…) all’altro, anzi si alimentano e si arricchiscono soprattutto grazie agli scarti tra usi, costumi e linguaggi completamente differenti.

Quello che provavo per lui non aveva un nome in francese moderno, ma in giapponese sì, perchè il termine koi gli si addiceva. Koi in francese classico si può tradurre con “diletto”. Mi procurava diletto. Lui era il mio koibito, colui con il quale condividevo il koi: provavo diletto in sua compagnia.
In giapponese moderno, tutte le giovani coppie non sposate usano per il loro partner la definizione di koibito. Un pudore viscerale bandisce la parola amore. Salvo incidenti o picchi d’amore passionale, questa parola enorme non viene mai utilizzata, è riservata alla letteratura o a quel genere di cose. Mi era andato a capitare l’unico giapponese che non disdegnava né questo vocabolario né i comportamenti che ne conseguivano. Ma il pensiero che l’esotismo linguistico doveva aver ampiamente contribuito a questa stramberia mi rassicurò. Non a caso le dichiarazione di Rinri rivolte a una francofona venivano enunciate sia in francese sia in giapponese: la lingua francese rappresentava indubbiamente quel territorio prestigioso e licenzioso a un tempo dove ci si poteva abbandonare a sentimenti inconfessabili.
L’amore è uno slancio così francese che alcuni vi hanno visto un’invenzione nazionale. Senza arrivare così lontano, ammetto che in questa lingua c’è un nume amoroso. Forse si può dire che Rinri e io avevamo contratto entrambi l’inclinazione tipica della lingua dell’altro: lui giocava all’amore, inebriato da questa novità, e io mi dilettavo del koi. Il che dimostrava quanto fossimo entrambi ammirevolmente aperti alla cultura dell’altro.
Il koi aveva un solo difetto: il nome, l’omonimo perfetto della carpa, l’unico animale che mi abbia mai ispirato repulsione. (p. 49)

La storia d’amore offre ad Amélie anche la possibilità di riconciliarsi con il Giappone, la terra che le ha dato i natali e nel quale ha vissuto uno scorcio d’infanzia. Il paese dei cachi maturi, delle odiate carpe, del venerato Fuji e persino della vessazioni vissute sulla propria pelle in azienda (narrate in Stupore e tremori) l’accoglie nuovamente, costringendola però a confrontarsi con se stessa e, soprattutto, con il significato del termine libertà.

Quanto vale allora la felicità che ci procura l’altro, dal momento che “[…] il piacere bisogna[va] sempre pagarlo”? “E perché il prezzo della voluttà comporta[va] inevitabilmente la perdita della leggerezza originaria?” A tutti questi interrogativi è impossibile dare risposte, sin dalla notte dei tempi: in fondo, persino nel perfetto giardino dell’eden, l’amore – di qualunque tipo – assomiglia sempre a una fuga, una fuga da noi stessi, da ciò che temiamo, da ciò che paradossalmente amiamo.

Nella foto (tratta da qui) statua di Adamo ed Eva a Tokyo.


La nostalgia felice e il sapore dell’inverno

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Amèlie Nothomb, La nostalgia felice, dedicato al GiapponeIl 4 aprile l’editore nipponico mi ha organizzato un’intervista. La giornalista mi aspetta all’istituto francese, come l’ammirevole Corinne Quentin, l’interprete franco-giapponese più conosciuta di Tokyo. Non so più per quale giornale lavori questa giornalista, ma straborda entusiasmo: ha molto apprezzato “Metafisica dei tubi”, apparso in Giappone nel novembre 2011, e mi interroga alacremente. Spesso capisco le sue domande senza l’aiuto di Corinne Quentin, e rispondo nel mio giapponese un po’ raffazzonato: parlo quasi soltanto di Nishio-san [la tata che Amèlie ha avuto da bambina in Giappone, ora anziana; ndt], uno dei principali personaggi di questo romanzo. Quando si arriva al di là della mia comprensione, Corinne viene in mio aiuto. Tendo l’orecchio per imparare e ho delle sorprese. Per tradurre quanto io sia nostalgica dei miei anni giovanili nel Kansai, sento l’interprete dire “nostalgic” al posto dell’aggettivo “natsukashii”, che penso sia una delle parole emblematiche del giapponese.

Dopo l’intervista, nel taxi che ci porta al ristorante prenotato dall’editore, provo a chiarire la cosa con Corinne.
– “Natsukashii” indica la nostalgia felice, risponde lei, l’istante in cui il ricordo piacevole ritorna alla memoria e la riempie di dolcezza. I suoi tratti e la sua voce manifestavano il suo dispiacere: si trattava quindi di nostalgia triste, che non è una nozione giapponese.

Alla domanda se la madeleine di Proust sia nostalgica o natsukashii, lei propende per la seconda opzione. Proust è un autore giapponese.

brano tratto da La nostalgie heureuse di Amélie Nothomb (Editions Albin Michel, 2013, pp. 152, € 16,10; traduzione mia; qui è possibile leggere la mia recensione al libro))

Una stazione ferroviaria, forse la più grande in Italia. Mi capita là, fra i binari, di leggere questo brano, e sorrido. Quello che provo per il Giappone – sebbene ci sia stata solo una volta – è proprio natsukashii. E intanto addento un muffin profumato, in cui la morbidezza dell’impasto si mescola alle bacche di goji leggermente aspre. Questo, secondo me, è il sapore della nostalgia. Un po’ dolce, un po’ pungente.

muffin dolcetisana terzaluna*Muffin della nostalgia felice* (ricetta base da Julie & Julia, con qualche ritocco)

  • 120 ml di tisana Dolce inverno di Terzaluna
  • 2 uova
  • 100 g di zucchero
  • 4 cucchiai di olio di semi
  • 250 g farina autolievitante (o, in alternativa, 250 g di farina e un cucchiaino di lievito)
  • una bella manciata di bacche di goji

1) Riscaldate l’acqua e lasciate due cucchiaini di preparato per la tisana in infusione per circa dieci minuti; nel frattempo, preriscaldate il forno a 180°.
2) Setacciate lo zucchero, la farina e il lievito.
3) Con una frusta, amalgamate l’olio, le uova e la tisana.
4) Aggiungete poco alla volta gli ingredienti solidi a quelli liquidi, mescolando bene: non dimenticate le bacche di goji!
5) Versate nello stampo dei muffin (opportunamente oliato) o nei pirottini, e lasciate cuocere a 180° per circa 25 minuti.

Con questi muffin – assolutamente consigliati con una tazza di tè o di tisana – sono felice di dare il via alla collaborazione con Terza Luna: nei prossimi mesi scopriremo nuove parole e fragranze che uniscono est e ovest.

Ps: un grazie particolare a Federica, la fooblogger di Julie & Julia, per la disponibilità. 🙂


"La teoria delle nuvole" di Stéphane Audeguy

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Il libro di cui vi parlerò oggi, Teoria delle nuvole, è opera di un francese, Stéphane Audeguy; sempre più spesso, infatti, accade che scrittori francofoni si interessino all’universo giapponese e lo dispieghino poi nelle loro pagine (per fare soltanto due nomi: Nothomb e Detrie). Ciò, di certo, non sorprenderà se si ricorda che il japonisme, ossia il principale movimento culturale che ha portato il Sol Levante in Europa, è nato proprio all’ombra della torre Eiffel.
Tornando al volume di oggi, si tratta del romanzo d’esordio di un quarantenne insegnante di storia del cinema, ora acclatissimo in patria. Il libro è stato pubblicato nel maggio di quest’anno dai tipi della Fazi editore, conta 300 pagine e costa 18 euro. Questa la presentazione, tratta dal sito della casa editrice:

Akira Kumo, un anziano stilista giapponese, vive a Parigi in una casa piena di libri. Le sue origini sono misteriose: non si sa da dove venga, non si sa che età abbia. Un giorno come tanti Akira decide di assumere una giovane bibliotecaria, Virginie Latour, per catalogare la sua immensa collezione di opere dedicate al più mutevole dei soggetti: le nuvole. A lei, che lentamente saprà conquistarne la fiducia, confida il segreto di una genealogia della scienza e della poesia meteorologica, in parte reale in parte immaginaria, cui hanno partecipato uomini che la Storia ha spesso ignorato. Luke Howard, lettore appassionato delle geografie del cielo, che all’inizio del xix secolo ha per primo classificato e dato un nome alle nubi; il pittore inglese Carmichael, che per sottrazioni successive giunse a dipingere solo nuvole e ad eliminare tutto il resto; lo scienziato Richard Abercrombie, soggiogato da una tale passione enciclopedica da fare il giro del mondo per scoprire come mutano i cieli del pianeta e, per una bizzarra concordanza, le varie forme del sesso femminile.
Forte di una scrittura cristallina e di un’impeccabile architettura narrativa, salutato dalla critica come un capolavoro, La teoria delle nuvole è un romanzo di calviniana leggerezza nel quale fantasia scientifica e poetica, romanzo d’avventura e ricostruzione storica convergono e s’irradiano attraverso i tempi e gli orizzonti più lontani: la giungla del Borneo e i plumbei orizzonti scandinavi, la piana di Waterloo e la nube atomica di Hiroshima.


Cosa leggere durante un viaggio in Giappone…

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… in particolare tratto dall’opera di Murakami Haruki? La domanda è stata posta a <<The Millions>>, uno dei maggiori blog del mondo dedicati ai libri. Il giornalista, Ben Dooley, raccomanda Kokoro di Natsume Soseki, un grande classico della letteratura nipponica, e Norwegian Wood (in Italia, tradotto come Tokyo Blues) di Haruki Murakami, malgrado non ritenga questo autore il più adatto per saperne di più sul Sol Levante. Dooley completa prematuramente il quadro con un’introduzione storica al Giappone, Inventing Japan (1853-1964) di Ian Buruma, e Dogs and Demons di Alex Kerr.
In tutta sincerità, io avrei dato maggiore spazio agli autori nipponici, proponendo, ad esempio, il Libro d’ombra di Tanizaki Yunichiro e, per confrontarsi con un particolare taglio occidentale, il romanzo Stupore e tremori di Amélie Nothomb. E voi, cosa suggerireste a qualcuno in partenza per il Giappone?

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Qui l’articolo di Dooley:

Former Millions contributor Emre writes in with this question:

“I’m flying to Japan on Saturday and, shamefully, have never read Haruki Murakami. I’ll be visiting Tokyo and other destinations for two weeks, what do you recommend I read that’ll be both a good intro to Murakami and teach me something about japan, too?”

coverIf you have your heart set on Murakami, I recommend you start with Norwegian Wood, the bittersweet love story that propelled him to superstardom. It lacks the fantastic elements of much of Murakami’s more popular work, but it contains perhaps the best depiction of modern Japanese life that Murakami has ever written.

To be honest, though, Murakami isn’t a great place to learn about Japan. As much as I like him, he doesn’t have much of interest to say about Japan as a country. His obsession with the West, rather than honing his eye for dissecting his own culture, has led him to cut it out of his stories almost entirely. As a result, Japan never plays a major role in his books. His characters tend to be culturally ambiguous and many of his novels could have just as easily taken place in, I don’t know, Sweden.

coverIf you really want to learn more about what it means to be Japanese, you might consider picking up a copy of Kokoro, by Natsume Soseki. Kokoro is a, perhaps the, great modern Japanese novel (at least most Japanese would tell you that) in much the same way that The Great Gatsby Is a great American novel. Kokoro trades Gatsby’s wit and panache for a solemn melancholy that I, frankly, find off-putting, but it’s unquestionably one of the most “important” Japanese novels, and a great introduction to the soul of modern Japan.

covercoverOn the non-fiction front, I highly recommend Ian Buruma’s Inventing Japan, which provides an excellent, entertaining encapsulation of Japan’s modern history. At a mere 174 pages, you can read it on the plane ride over, and still have time for two terrible movies. For a bleaker take on modern history, you might consider Alex Kerr’s Dogs and Demons, a dystopic look at Japanese bureaucracy and the country’s appalling environmental legacy. It can be a bit of a downer, but it provides an insightful behind-the-scenes look at what makes the country run.

Have a safe trip!