Onore e miseria: “Tanka” di Sergio Toppi

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sergio toppi tankaL’inchiostro nero scava nel candore della pagina, sino a ricavarne labbra, rughe, sete flessuose, katana ben affilate; i pieni e i vuoti si sfiorano, si compenetrano, si pacificano nelle tavole dal ritmo esatto e implacabile; il tratto – preciso, ricco, implacabile – si fa narrazione, emozione.

Nelle quattro storie autoconclusive d’ispirazione giapponese presentate in Tanka (Grifo edizioni, 2008, pp. 72, € 15,30), illustrate tra gli anni Settanta e gli Ottanta da una firma storica del fumetto italiano quale Sergio Toppi, si sommano infatti infiniti dettagli, ma lo stile – seppur elegante e misuratissimo – non è mai compiaciuto di sé: piuttosto, la sua raffinatezza sembra essere la naturale emanazione della sconfinata dignità emanata dai personaggi.

tanka sergio toppi samuraiNel primo racconto, che dà nome al volume, il guerriero Maenzamon Tozama s’impegna a restituire la vista (e il desiderio di vivere) alla nobile poetessa Shikibo che, annichilita dalle violenza della guerra, dopo aver perso la capacità di comporre versi, si è rinchiusa nella propria solitudine. In Una spada per Kimura troviamo invece un maestro spadaio che rifiuta di mettere la sua arte al servizio di un principe sanguinario. In Sato, un povero artigiano racconta le vicessitudini occorse a un leggendario samurai, mentre, infine, in Otari 1650 (l’episodio, a mio parere, meno riuscito a causa di un finale un po’ forzato) un ronin, messo alle strette dalla fame e dalla disperazione, cerca un modo di sopravvivere onestamente, ma l’antico orgoglio è sempre pronto a far sentire la sua voce.

Onore, vendette, lotte, prepotenza, ma anche amore e senso di giustizia popolano queste pagine dense che ricalcano, a ogni modo, un certo immaginario legato al Giappone feudale, senza però svilirlo o umiliarlo in stereotipi. Il mondo che ne emerge è sempre complesso, prostrato da conflitti e sopraffazioni, tanto che uomini e donne faticano a mantenere intatta la propria integrità: solo confidando in valori superiori o nella bellezza della scrittura è possibile tentare di sopravvivere senza compromettere se stessi, come ricorda Shikibo:

Non avrei dovuto aprire gli occhi.
Avrei fatto meglio a sognare.
Non avrei visto il mio pianto
come calda pioggia d’estate
sopra una lama spezzata.


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