Bellezza vintage e cultura pop: “Japanese beauties” di Alex Gross

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Una ragazza suona assorta il violino, poggiandolo su una spalla avvolta dalla seta, mentre un voluminoso chignon le incornicia il viso bianchissimo; un’altra – capelli ricci e abito leggero – sorride, quasi colta di sorpresa, dinanzi una Sakura Biiru.

japanese beauties alex grossQuesti sono solo due dei tanti ritratti femminili estrapolati dalla produzione pubblicitaria nipponica e proposti dall’artista visuale Alex Gross in Japanese Beauties. Vintage graphics 1900-1970 (trad. di Carme Franch, Quirino Di Zitti, Ana Carneiro; Taschen, 2004, pp. 192; qui la versione italiana e qui quella inglese).

Procedendo di pari passo con i cambiamenti delle condizioni di vita della donna e l’occidentalizzazione della società giapponese, le numerose, affascinanti immagini registrano dettagli capaci di svelare più di quanto possa apparire a un occhio distratto; basti pensare, per esempio, ai kimono e alle acconciature tradizionali delle prime réclame che, col passare del tempo, lasciano spazio a capigliature più vivaci e abiti poco impegnativi (gonne, salopette, cardigan…). Naturalmente, anche gli oggetti in scena possono rivelare molto in fatto di mode, gusti, esigenze: racchette da tennis, lampadine, radio e addirittura un sassofono prendono così il posto degli ombrellini e dei rami in fiore amati in passato.

Purtroppo, però, le foto e le illustrazioni vengono offerte senza alcun elemento che possa aiutare a contestualizzarle e comprenderle; sono assenti persino semplici didascalie che specifichino l’anno di realizzazione, indichino eventuali personaggi di rilievo e traducano dal giapponese le parole o le frasi di accompagnamento.

Il libro è sì provvisto di una breve introduzione (redatta in italiano, spagnolo e portoghese, almeno nella copia in mio possesso) che traccia a grandi linee lo sviluppo della presenza muliebre nella produzione pubblicitaria giapponese, ma – almeno secondo me – il testo è fin troppo sintetico e schematico. Inoltre, per ragioni che mi sfuggono, la versione italiana mostra piccole differenze contenutistiche rispetto a quella spagnola (non mi cimento in confronti con la stesura in portoghese perché non conosco questa lingua).

Credo, insomma, che possa essere utile affiancare a Japanese Beauties almeno un’opera sull’evoluzione dello status femminile nel Paese del Sol Levante come Women and Class in Japanese History di Tonomura Hitomi, Anne Walthall e Wakita Haruko, o Nel Giappone delle donne di Antonietta Pastore (qui la versione ebook; ulteriori spunti di lettura, suggeriti da Monica Kline, si trovano nel sito della Columbia University): in questo modo, il mistero della bellezza rimane intatto, ma meno inaccessibile.

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