In primavera, “Il minatore” di Sōseki

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soseki il minatoreLa prossima primavera vedrà la luce la prima traduzione italiana de Il minatore, romanzo del grande Sōseki Natsume. La traduzione è stata curata da Antonio Vacca, che è stato così gentile da antiparci questo brano.

Stralunato, la mente smarrita in brumosi pensieri, procedevo con inconscio piede in un’oscurità, sempre più angosciosa, quando, a un tratto, sentii dietro di me una voce, che pareva chiamarmi. E’ un fatto singolare che l’anima, estraniatasi dal corpo e dalla realtà, vagante nell’etere siderale, venga immediatamente atterrata al suolo, al mero suono di parole, che la richiamino al tangibile. Mi volsi, con istintivo gesto, senza che a guidarmi fosse alcun consapevole pensiero. Con occhio ottuso mi guardai intorno. Tuttavia, solo quando riacquistai coscienza di me, mi accorsi che non mi ero allontanato più di quaranta passi dalla casa da tè. Al margine della strada, di fronte all’edificio, ondeggiava quel bizzarro incrocio tra un hanten e un dotera, rivolgendomi un insistito saluto, i denti anneriti dal tabacco in bella mostra tra le labbra dilatate in un compiaciuto sorriso.

Non avevo parlato con nessuno, da quando ero partito da Tokyo, la sera precedente. Né invero ritenevo possibile che alcun essere umano potesse rivolgermi la parola. Ero assolutamente certo di essere condannato a un perenne mutismo, le labbra incapaci di articolare parola. Tuttavia, quel vociare improvviso, come scaturito da quell’enorme bocca, ove occhieggiavano malferme fila di sudici denti, quel vociare cui si accompagnava un frenetico gesticolare, che mi invitava ad avvicinarmi, parve diradare la cupa nebbia che mi assediava, così che i miei piedi si mossero in direzione di quell’individuo, prima ancora che la mia volontà si determinasse al movimento.

Tutto mi dispiaceva in quell’uomo. Il volto, gli abiti, i gesti, le movenze. Soprattutto il viscido e biancastro suo scrutare aveva suscitano in me un senso di aspra ripugnanza. Eppure, nel breve spazio di quaranta passi, tali avversi sentimenti si erano del tutto dileguati, e ora rivolgevo il mio passo indietro, in sua direzione, con animo mutato, ammantato da una sorta di tenero trasporto. Chissà per quale ragione?! Il mio solo pensiero era stato spingermi nelle tenebre, fino ad annullarmi in esse. Rivolgere indietro il piede, ora, verso il casotto, significava sviare il mio cammino, cercare di eludere le negre tenebre, così fervidamente bramate. Nondimeno, una vaga gioia si era impossessata di me. Da quel tempo, percorrendo l’erto sentiero della vita, sovente ho sperimentato contraddizioni di tal sorta. E non ritengo si tratti di un mio singolare modo d’essere. Negli ultimi tempi si è consolidata in me la convinzione che quello che i romanzieri chiamano “personaggio” sia un’entità che non trovi riscontro nella realtà. Gli scrittori si beano di aver creato questo o quel personaggio, mentre i lettori, fingendosi dotti letterati, discutono con superbe labbra di tali compiute e polite creazioni. Invero, io affermo senza remore che i romanzieri traggono diletto dallo scrivere menzogne così come i lettori traggono diletto nel leggere tali menzogne. Nella realtà, è impossibile dare un veritiero e compiuto contenuto a un “personaggio”. La realtà delle cose è preclusa alla penna degli scrittori, refrattaria a essere vergata sulla carta. E, qualora si riuscisse a riprodurla, allora non ci troveremmo più dinanzi a un romanzo. E’, infatti, sorprendentemente difficile dare vita e reale consistenza a un essere umano. Persino un dio incontrerebbe difficoltà in tale veste di demiurgo. Tuttavia, assumendo che tutti gli altri individui siano esseri contraddittori e volubili alla mia stessa stregua, forse giungo a una conclusione avventata e non veritiera. In tal caso, non mi resterebbe che porgere sincere scuse.

Ad ogni modo, mi diressi verso quell’ondeggiante macchia blu di cotone, che mi apostrofò con sfrontata familiarità: “Ehi, giovinotto!” Nel rivolgermi tali parole, l’uomo aveva ritratto il mento nel colletto, fissando al contempo un imprecisato punto intorno al mio capo. Piantate saldamente in sua direzione le gambe rese brune dalla polvere, risposi con educate labbra: “Scusi, signore?!”

Ordinariamente, non avrei risposto cordialmente a un tale individuo, soprattutto ove si fosse rivolto a me con quel familiare “Ehi, giovinotto”. Gli avrei scagliato contro un’ostile esclamazione o un risentito grugnito. Invece, in quel momento, ero paralizzato dall’avvilente sensazione che io e quel misero e informe dotera, che io e quell’osceno e subumano individuo, ci trovassimo al medesimo livello di umanità. Né a indurmi a quell’inusuale cordialità era stato una calcolo d’interesse, l’idea di poter trarre qualche vantaggio dall’abbassarmi al suo livello. L’uomo, come conscio di parlare a un suo pari, mi domandò con brutali labbra se volessi lavorare. Fino a quell’istante, ero stato guidato esclusivamente dall’idea che la mia esistenza non avesse più altra ragione che sprofondare sempre più intimamente nelle tenebre che mi assediavano. Così, quando mi sentii rivolgere quella domanda, esterrefatto, non riuscii ad articolare parola. Immobile, le gambe irrigidite, piantate a compasso nel suolo come due esili assi di legno, rimasi a fissare con sguardo opaco l’uomo, la bocca spalancata incapace di articolare suono.


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