“Diem perdidi”, un inedito dell’autrice di “Venivamo tutte per mare”

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Una vita di cui affiorano solo frammenti. La profezia di una cartomante, un’orticaria, qualche parola nella sua antica lingua, il giapponese.

Alla perdita della memoria o, meglio, a ciò che tenacemente resiste all’oblio, alla malattia, alla vecchiaia, Julie Ostuka – autrice di Venivamo tutte per mare – ha dedicato un bellissimo brano inedito, Diem perdidi, tradotto da Silvia Pareschi e letto al Festival delle Letterature di Roma lo scorso maggio. Qui sotto trovate la ripresa dell’evento e la trascrizione del testo in italiano, che vi suggerisco di leggere in silenzio o con la musica più dolce che conoscete in sottofondo.

Si ricorda il proprio nome. Si ricorda il nome del presidente. Si ricorda il nome del cane del presidente. Si ricorda in quale città vive. E in quale via. E in quale casa. Quella con il grande ulivo dove la strada fa una curva. Ricorda in quale anno siamo. Ricorda la stagione. Ricorda la tua data di nascita. Ricorda la figlia che nacque prima di te-Aveva il naso di tuo padre, è stata la prima cosa che ho notato-ma non ricorda il nome di quella figlia. Ricorda il nome dell’uomo che non sposò-Frank-e conserva le sue lettere in un cassetto di fianco al letto. Ricorda che un tempo eri sposata, ma si rifiuta di ricordare il nome del tuo ex marito. Quell’uomo, lo chiama.
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Non ricorda come si è fatta quei lividi sulle braccia, né di essere uscita a passeggio con te questa mattina. Non ricorda di essersi chinata, durante la passeggiata, per cogliere un fiore dal giardino dei vicini e infilarselo tra i capelli. Magari tuo padre mi bacerà, adesso. Non ricorda cos’ha mangiato ieri sera a cena, né l’ultima volta che ha preso la medicina. Non si ricorda di pettinarsi.
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Si ricorda le file di cachi secchi che un tempo penzolavano dalla grondaia della casa di sua madre a Berkeley. Erano di un arancione bellissimo. Si ricorda che tuo padre adora le pesche. Si ricorda che tutte le domeniche, alle dieci del mattino, lui la porta a fare un giro al mare con la macchina marrone. E che tutte le sere, subito prima del notiziario delle otto, dispone due biscotti della fortuna su un piatto di carta e le annuncia che è cominciata la festa. Si ricorda che il lunedì rientra dal college alle quattro, e se tarda anche solo di cinque minuti lei va ad aspettarlo sul cancello. Si ricorda in quale stanza dorme lei e in quale dorme lui. Si ricorda che la sua stanza un tempo era la tua. Si ricorda che non è sempre stato così.
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Si ricorda la prima strofa della canzone How High the Moon. Si ricorda il numero di telefono della sua migliore amica Jean, anche se Jean è morta da sei anni. Si ricorda che Betty è morta. Si ricorda che Grace ha smesso di chiamarla. Si ricorda che sua madre è morta nove anni fa, mentre vangava la terra in giardino, e che le manca ogni giorno di più. Non passa mai. Ricorda il numero assegnato dal governo alla sua famiglia subito dopo l’inizio della guerra. 13611. Ricorda che al quinto mese di guerra la mandarono nel deserto con sua madre e suo fratello, e quello fu il suo primo viaggio in treno. Ricorda il giorno in cui tornarono a casa. 9 settembre 1945. Ricorda il fischio del vento tra i cespugli di artemisia. Ricorda gli scorpioni e le formiche rosse. Ricorda il sapore della polvere.
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Ogni volta che passi a trovarla si ricorda di abbracciarti, e tu ti meravigli sempre della sua forza. Si ricorda di darti un bacio ogni volta che te ne vai. Si ricorda di dirti, al termine di ogni telefonata, che presto l’FBI tornerà a indagare su di te . Si ricorda di chiederti se vuoi che ti stiri la camicetta per il tuo appuntamento di stasera. Si ricorda di rassettarti la gonna. Non far capire tutto quello che provi. Non ricorda di aver pranzato con te venti minuti fa, e ti suggerisce di andare da Marie Callender’s a prendere dei panini e una fetta di torta. Non ricorda che un tempo lei stessa preparava delle torte magnifiche, con il bordo perfettamente scanalato. Non ricorda come si stira la tua camicetta, né quando ha cominciato a dimenticarlo. Qualcosa è cambiato. Non ricorda qual è la prossima cosa che deve fare.
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Ricorda che la figlia nata prima di te visse mezz’ora e poi morì. Da fuori sembrava perfetta. Ricorda che sua madre le ripeteva spesso: Nessuno deve mai vederti piangere. Ricorda quando ti fece il primo bagnetto, dopo tre giorni che eri venuta al mondo. Ricorda che da piccola eri molto grassa. Ricorda che la tua prima parola è stata No. Ricorda di aver raccolto le mele in un campo con Frank, molti anni fa, sotto la pioggia. Il più bel giorno della mia vita. Ricorda che quando lo conobbe era così nervosa che dimenticò il proprio indirizzo. Ricorda che aveva messo troppo rossetto. Ricorda che non dormì per giorni.
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Quando passate in macchina davanti a Hesse Park, si ricorda di quando l’insegnante di ginnastica le chiese di lasciare il corso che frequentava da più di dieci anni. Non avrei dovuto chiacchierare tanto. Ricorda quando si toccava la punta dei piedi, ruotava e saltellava sull’erba appena tagliata. Ricorda che era quella che calciava più in alto di tutta la classe. Non ricorda di aver chiesto a tuo padre, dieci minuti fa, se oggi è domenica, o se è l’ora di uscire per il suo giro in macchina. Non ricorda dove ha messo il maglione, né da quanto tempo è seduta in poltrona. Non sempre si ricorda come alzarsi da quella poltrona, e allora tu spingi giù delicatamente il poggiapiedi e le porgi la mano, che lei non sempre si ricorda di prendere. Vai via, dice a volte. Altre volte dice solo: Sono bloccata. Non ricorda di averti detto, l’altra sera, appena tuo padre è uscito dalla stanza: Mi ama più di quanto io ami lui. Non ricorda di averti detto, poco dopo: Non vedo l’ora che ritorni.
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Ricorda che tuo padre, quando la stava corteggiando, era sempre puntuale. Ricorda di aver pensato che aveva un bel sorriso. Ce l’ha ancora. Ricorda che quando si conobbero lui era fidanzato con un’altra donna. Ricorda che l’altra donna era bianca. Ricorda che i genitori dell’altra donna non volevano che la figlia sposasse un uomo che sembrava il giardiniere. Ricorda che a quei tempi gli inverni erano più freddi, e che certi giorni bisognava davvero indossare cappotto e sciarpa. Ricorda che ogni mattina sua madre chinava il capo davanti all’altare e offriva una ciotola di riso caldo agli antenati. Ricorda che suo padre portava sempre scarpe molto belle. Ricorda che la notte in cui l’FBI venne a prenderlo, lui e sua madre avevano appena avuto un’altra grossa lite. Ricorda di non averlo più visto fino alla fine della guerra.
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Ricorda che dopo la nascita e la morte della prima bambina rimase seduta in giardino per giorni, a fissare le rose accanto al laghetto. Non sapevo cos’altro fare. Ricorda che anche tu, alla nascita, avevi il naso lungo come quello di tuo padre. Era come se avessi partorito due volte la stessa bambina. Ricorda che il tuo segno è il toro. Ricorda che la tua pietra di nascita è verde. Si ricorda di leggerti l’oroscopo del giornale quando vieni a trovarla. Una persona che ti era molto vicina potrebbe presto riapparire nella tua vita. Non si ricorda di averti letto quello stesso oroscopo cinque minuti fa, né di essere venuta con te dal medico la settimana scorsa, dopo che le avevi scoperto un bernoccolo dietro la testa. Credo di essere caduta. Non si ricorda di aver detto al medico che non sei più sposata, né di avergli dato il tuo numero, chiedendogli se per favore poteva telefonarti. Non ricorda di essersi chinata a sussurrarti, nell’istante in cui il medico è uscito dalla stanza: Penso che ti chiamerà.
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Ricorda che cinquant’anni fa un altro medico le chiese, pochi minuti dopo che la prima bambina era nata e poi morta, se volesse donare il corpo alla scienza. Disse che aveva un cuore molto anomalo. Ricorda che il travaglio era durato trentadue ore. Ricorda che era troppo stanca per pensare. Perciò gli dissi di sì. Ricorda di essere tornata a casa dall’ospedale sulla Chevy celeste insieme a tuo padre, entrambi in assoluto silenzio. Ricorda di aver capito che aveva commesso un grave errore. Non ricorda cosa successe al corpo della bambina, e teme che sia finito dentro un vaso di vetro. Non ricorda perché non l’abbiano sepolta. Vorrei che fosse sotto un albero. Si ricorda che avrebbe voluto portarle dei fiori tutti i giorni.
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Si ricorda che fosti concepita al primo tentativo. Si ricorda che tuo fratello fu concepito al primo tentativo. Si ricorda che l’altro tuo fratello fu concepito al secondo tentativo. Si vede che non facevamo attenzione. Si ricorda che una chiromante le disse che non avrebbe mai potuto avere figli perché aveva l’utero girato dalla parte sbagliata. Si ricorda che tutto quello che ricorda non è necessariamente vero. Ricorda i carri della spazzatura trainati da cavalli su Ashby, il suo primo paio di scarpe con la suola di para, i fiori sparsi sul ciglio della strada. Ricorda che il suono della voce di Frank la tranquillizzava sempre. Ricorda che tutte le volte che si separavano lui si girava per vederla andar via. Ricorda che la prima volta che lui le chiese di sposarla, lei gli rispose di non essere pronta. Ricorda che la seconda volta gli rispose di voler prima finire la scuola. Ricorda che una calda sera d’estate, mentre passeggiava con lui sul lungomare, si era sentita così felice da non ricordarsi neppure il proprio nome. Ricorda di non aver previsto che non si sarebbe mai più sentita così con nessun altro. Ricorda di aver pensato che aveva tutto il tempo del mondo.
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Ricorda che quando suo padre tornò dalla guerra, lui e sua madre si misero a litigare ancora più di prima. Ricorda che lui passava intere giornate a comprarsi le scarpe a San Francisco, mentre sua madre lavava i pavimenti degli altri. Ricorda che certe sere faceva tre volte il giro dell’isolato prima di rientrare in casa. Ricorda che una sera non rientrò affatto. Ricorda che quando tuo marito ti lasciò, cinque anni fa, ti venne un’orticaria su tutto il corpo che ti durò per settimane. Ricorda di aver capito che era l’uomo sbagliato dal primo istante che lo aveva visto. Una madre certe cose le sa. Ricorda di aver tenuto quel pensiero per sé. Dovevo lasciarti commettere i tuoi errori.
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Ricorda che, dei suoi tre figli, tu eri quella che la rallegrava di più. Ricorda che tuo fratello minore era così silenzioso che lei a volte si dimenticava della sua presenza. Era come un sogno. Ricorda che quando presero il treno suo fratello non volle portarsi dietro nulla, solo il suo camion di gomma. Non me lo lasciava neppure toccare. Ricorda che il giorno prima della partenza sua madre uccise tutti i polli che teneva in giardino. Ricorda che il suo maestro di quinta, il signor Martello, le chiese di alzarsi in piedi davanti alla classe perché tutti potessero salutarla. Ricorda di aver ricevuto un ciondolo d’argento a forma di cuore dalla sua vicina di casa, Elaine Crowley, che le aveva promesso di scriverle ma poi non le scrisse. Ricorda di aver perso quel ciondolo sul treno ed essersi quasi messa a piangere dalla rabbia. Era il mio primo gioiello.
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Ricorda che un mese dopo essere entrato nell’aviazione, Frank smise improvvisamente di scriverle. Ricorda di aver temuto che lo avessero abbattuto sopra la Corea, o che fosse caduto in ostaggio dei guerriglieri nella giungla. Ricorda che pensava a lui in ogni istante. Credevo di impazzire. Ricorda la sera in cui un’amica le disse che si era innamorato di un’altra. Ricorda che il giorno dopo chiese a tuo padre di sposarla. «Andiamo a comprare l’anello?» gli domandai. Ricorda di avergli detto: È ora.
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Quando la porti al supermercato si ricorda che il caffè è nella Corsia Due. Si ricorda che nella Corsia Tre c’è il latte. Si ricorda il nome dell’addetta alla cassa veloce che l’abbraccia sempre. Diane. Si ricorda che l’uomo dietro il banco della carne si chiama Big Lou. «Ehi, ciao, bellissima» le dice. Non si ricorda dove ha messo la borsetta, e comincia ad agitarsi finché non le rammenti che l’ha lasciata a casa. Non mi sento a posto, senza. Non ricorda di aver chiesto all’uomo in fila dietro di lei se fosse sposato oppure no. Non ricorda che lui le ha risposto, in tono sgarbato, di non esserlo. Non ricorda di aver fissato la vecchia sulla sedia a rotelle accanto ai meloni e averti sussurrato: Spero di non finire così.
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Non ricorda di aver chiesto a tuo padre, di ritorno dalla farmacia, perché ci ha messo tanto, con chi ha parlato, e se la farmacista era carina. Non sempre ricorda il nome di tuo padre. Ricorda di essersi diplomata al liceo con il massimo dei voti in latino. Ricorda come si dice: “Venni, vidi, vinsi”. Veni, vidi, vici. Ricorda come si dice: “Ho perso la giornata”. Diem perdidi. Ricorda le parole per dire “mi dispiace” in giapponese, che non pronuncia più da anni. Ricorda le parole per dire “riso” e “gabinetto”. Ricorda le parole per dire “aspetta”. Chotto matte kudasai. Ricorda che sognare un serpente bianco porta fortuna. Ricorda che raccogliere un pettine caduto porta sfortuna. Ricorda che non si deve mai andare di corsa a un funerale. Ricorda che la verità va gridata dentro un pozzo.
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Quando porti a casa l’uomo che speri diventerà il tuo prossimo marito, si ricorda di offrirgli il caffè. Si ricorda di offrirgli una fetta di torta. Si ricorda di ringraziarlo delle rose. Ti piace mia figlia? gli chiede. Si ricorda di chiedergli come si chiama. È la mia primogenita, sai. Si ricorda, cinque minuti dopo, di aver già dimenticato il suo nome, e glielo chiede di nuovo. Anche mio fratello si chiama così, gli dice. Non ricorda di aver parlato al telefono con suo fratello quella stessa mattina-Non mi chiama mai-né di aver fatto una passeggiata nel parco con te. Non ricorda come si fa il caffè. Non ricorda come si serve la torta.
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Ricorda quando molti anni fa viaggiava accanto a suo fratello su un treno diretto nel deserto e litigava con lui per chi dovesse sdraiarsi sul sedile. Ricorda la sabbia bianca rovente, il vento sull’acqua, una voce che le diceva: Zitta, va tutto bene. Si ricorda dov’era il giorno in cui gli uomini misero piede sulla luna. Ricorda il giorno in cui seppero che il Giappone aveva perso la guerra. È stata l’unica volta che ho visto piangere mia madre. Ricorda il giorno in cui scoprì che Frank aveva sposato un’altra donna. Lo lessi sul giornale. Ricorda la lettera che ricevette da lui non molto tempo dopo, in cui le chiedeva se potevano vedersi. Disse che aveva commesso un errore. Ricorda di avergli risposto: «È troppo tardi». Ricorda di aver sposato tuo padre in un giorno di dicembre insolitamente caldo. Ricorda che litigarono per la prima volta tre mesi dopo, in marzo. Gli lanciai una sedia. Si ricorda che lui torna a casa dal college tutti i lunedì alle quattro. Si ricorda che sta dimenticando. Ricorda sempre meno ogni giorno che passa.
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Se le chiedi il suo nome, non se lo ricorda. Chiedi a tuo padre, lui lo saprà. Non ricorda il nome del presidente. Non ricorda il nome del cane del presidente. Non ricorda in quale stagione siamo. Non ricorda il giorno né l’anno. Ricorda la piccola casa in San Luis Avenue dove viveva all’inizio con tuo padre. Ricorda che sua madre si chinava sopra il letto in cui dormivano lei e suo fratello per dare loro il bacio della buonanotte. Ricorda che quando era nata la prima bambina aveva capito subito che qualcosa non andava. Non piangeva. Ricorda che mentre la teneva fra le braccia l’aveva vista addormentarsi per la prima e ultima volta. Si ricorda che non la seppellirono. Si ricorda che non le diedero un nome. Si ricorda che la bambina aveva le unghie perfette e un cuore molto anomalo. Si ricorda che aveva il naso lungo come quello di tuo padre. Si ricorda di aver capito subito che era figlia sua. Si ricorda di aver cominciato a sanguinare due giorni dopo, al ritorno dall’ospedale. Si ricorda che tuo padre la sorresse in bagno mentre cadeva. Ricorda il cielo del deserto al tramonto. Era di un arancione bellissimo. Ricorda gli scorpioni e le formiche rosse. Ricorda il sapore della polvere. Ricorda che una volta amò qualcuno più di chiunque altro. Ricorda di aver partorito due volte la stessa bambina. Ricorda che oggi è domenica ed è ora di uscire per il suo giro, e così prende la borsetta e si mette il rossetto e va ad aspettare tuo padre in macchina.


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