Una chiacchierata sull’arte contemporanea giapponese e sul kawaii con Valentina Testa

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Oggi ho il piacere di intervistare Valentina Testa, autrice di Kawaii Art e Gothic Lolita (pubblicati entrambi per la Tunué; potete leggerne le recensioni rispettivamente qui e qui). Ha inoltre collaborato con alcuni editori italiani di fumetti, lavorando anche su autori quali il gruppo Clamp, Sahara Mizu e Naked Ape.

 

Opera di Murakami con autoritratto

Biblioteca giapponese (da ora abbreviata BG): Valentina, innanzitutto grazie per avermi concesso questa intervista. Il tuo volume, Kawaii Art, è stato certamente uno dei primi in Italia a occuparsi dell’arte contemporanea giapponese ispirata al kawaii (tutto ciò che è “-ino”). Pensi che questo lungo silenzio da parte dei critici nostrani sia dovuto a pregiudizi e/o a una mancata conoscenza della materia?

Valentina Testa (da ora abbreviata VT): Ciao Anna Lisa! Sinceramente credo che la verità stia nel mezzo. Ad esempio, quando ho scelto l’argomento per la mia tesi (Kawaii Art è la tesi con cui mi sono laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera) ho faticato molto per trovare un professore che accettasse di seguirmi. Le motivazioni andavano dal mancato interesse per l’argomento, alla mancata conoscenza della materia da parte degli insegnanti. Onestamente credo che gli storici d’arte e i critici occidentali guardino l’arte giapponese solo attraverso l’ukyioe e le arti tradizionali, facendo eccezione magari per artisti affermati a livello mondiale come Murakami. Credo che sotto questo aspetto una componente di pregiudizio sia palpabile, corredata purtroppo anche da un malsano snobismo verso un’arte di cui, fondamentalmente, forse non riescono a capire le basi e le intenzioni.

 

BG: Murakami Takashi – massimo esponente della pop arte giapponese e fondatore del Superflat – è oramai celebre in tutto il mondo: corteggiato da musei, case d’asta e persino stilisti, tanto che ha persino firmato una linea di accessori per Louis Vuitton  caratterizzata da un profluvio di sakura (fiori di ciliegio) sorridenti, ciliegine e colori fluo. Proprio in questi giorni, lo stesso brand si è assicurato una collaborazione con Kusama Yayoi, altra artista pop nipponica. Secondo te, perché il mondo dell’alta moda ha voluto attingere al kawaii? Si tratta di un semplice capriccio, o sotto c’è un  interesse più profondo e complesso, legato a un ripensamento del concetto di stile?

Kusama Yayoi

VT: Io spero vivamente che la moda abbia fra i suoi propositi quello di ripensare a molti concetti di cui è pregna. Talvolta credo che la moda si prenda un po’ troppo sul serio e lo stesso succede ai fantomatici fashion victim, fashion blogger e fashion varie ed evenutali. La collaborazione di un brand del calibro di Vuitton, in precedenza con Takashi Murakami e ora con Yayoi Kusama, mi porta a pensare che ci sia una voglia di andare oltre, di travalicare il confine di una moda vista e rivista, che ora sente la voglia di mescolarsi all’arte per rinascere in una forma meno austera e più effervescente. Credo che Murakami e Kusama siano davvero la quintessenza del fermento e che possano portare un’ondata di entusiasmo dando alle creazioni di uno stilista il valore aggiunto di un’opera d’arte.

 

"A contented skull" di Aoshima Chiho

BG: Solitamente il kawaii viene ricollegato a un cromatismo acceso, a forme curiose e buffe, all’allegria spensierata tipica dell’età infantile. Negli ultimi anni, però, stiamo assistendo all’emersione di una sorta di anima nera del kawaii, il kowai, che – come hai ben sottolineato nel libro – non appare più giocoso e ingenuo, quanto piuttosto inquietante e sottilmente morboso. A questo proposito mi vengono in mente, per esempio, il celebre Mr DOB di Murakami Takashi e le bamboline macabre di Tama (http://tamaxxx.egoism.jp), dagli occhi grandissimi, spesso ferite, mutilate o inserite in un contesto straniante. Tu cosa pensi di questo nuovo orientamento? Credi sia genuino, segno di un malessere diffuso?

"Land of Sodom and Gomorrah" di Aya Takano

VT: In un modo o nell’altro quasi tutti gli artisti kawaii esprimono malessere. Se guardiamo Tama è evidentissimo, le sue bambole sorridono sempre pur essendo circondate da ambienti malsani e minacciosi. In altri artisti è meno lampante, ma anche nel lavoro di Chiho Aoshima troviamo componenti kowai, come in A contented Skull, dove da un grosso teschio fluorescente fuoriesce un albero di ciliegio, o in Land of Sodoma e Gomorrah, dove Aya Takano illustra un mondo confuso, fatto di ragazze che assumono acidi e che distruggono oggetti. Per molti artisti la linea di confine tra kawaii e kowai è sottilissima, talvolta impercettibile, ma non direi che il lavoro di Tama nasconda più malessere rispetto ad altri artisti che utilizzano un’estetica meno morbosa. Talvolta anche dietro un’opera sgargiante si cela il disagio dell’artista: mi viene in mente Dob in the Stange Forest: per molti è solo un simpatico topolino circondato di colorati funghetti, mentre nell’immaginario di Murakami rappresenta il giapponese medio che non riesce a vivere la vita, il sesso e la realtà in maniera naturale e che è sempre sconnesso o poco presente.

 

Mori Mariko

BG: Parliamo un po’ di te. Qual è l’artista contemporaneo nipponico che preferisci e perché?

VT: Questa è una domanda difficile! Non ho un artista preferito in assoluto, in ognuno degli artisti che analizzo, anche al di là del libro, trovo qualcosa di inaspettato ed eccitante. Ognuno di loro mi fa scoprire una parte di mondo che ancora non avevo esplorato. Il bello degli artisti contemporanei giapponesi è che dietro una maschera apparente di superficialità e leggerezza, accentuati talvolta da una componente decorativa fortissima, si nasconde un universo profondissimo. Sta solo a noi saperlo cogliere. Comunque se proprio dovessi darti tre nomi sarebbero: Mariko Mori, Chiho Aoshima e Aya Takano. Oltre a Murakami, ovviamente. 🙂

 

BG: Ritieni che in Italia ci siano artisti davvero in grado di cogliere lo spirito kawaii?

Mah, che dire… al di là degli artisti italiani più noti, che seguono correnti del tutto differenti, sicuramente ci sono dei giovani artisti che guardano con interesse al Giappone e all’arte che produce. Però allo stesso tempo sia loro che i loro insegnanti o maestri, si chiederanno quanto sia giusto decontestualizzare un genere nato per un motivo specifico in un posto specifico.

 

Un'opera di Tama

BG: Prima di salutarti, una domanda sul tuo futuro. Dopo il volume dedicato all’arte kawaii e quello sulle gothic lolita, che progetti hai in cantiere?


Ho molte idee e piano piano spero di tramutarne in progetto almeno la metà. Si va da un paio di collaborazioni con altri autori alla possibile stesura di una sceneggiatura. Staremo a vedere 🙂 Grazie per la bella chiacchierata e a presto!

 

BG: Grazie a te!


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