Gruppi di lettura virtuali: votate il libro da leggere!

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Come ormai ben sapete, tra pochissimo, a novembre, partiranno ben due gruppi di lettura virtuali, ossia aperti gratuitamente a chiunque abbia voglia di condividere i propri pensieri con gli altri: l’uno sarà dedicato all’attesissimo 1q84 di Murakami, l’altro a un volume che vi invito a scegliere tra le opzioni riportate qui sotto, proposte da voi lettori nel gruppo Facebook e nel blog. Naturalmente, vi pregherei di votare solo se intendete partecipare al gruppo di lettura.

  • "Io sono un gatto" di Natsume Sōseki (60%, 9 Votes)
  • "Profumo di ghiaccio" di Ogawa Yoko (20%, 3 Votes)
  • "Il fucile da caccia" di Inoue Yasushi (20%, 3 Votes)

Total Voters: 15

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Foto tratta da qui.


Delitti, spie e Giappone: “Il Signore delle cento ossa”

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Se per molti questo sarà un weekend di riposo o di scampagnate (tempo permettendo), per altri passerà all’insegna di Halloween e dei brividi. Oggi vi propongo dunque un thriller, ambientato tra Europa e Giappone in una delle epoche più buie della storia umana, ossia durante il nazismo. Il libro in questione è Il Signore delle cento ossa della scrittrice Ben Pastor (Sellerio, pp. 416, € 14; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a 11,90), e questa è la presentazione dell’editore:

Nei thriller dell’italoamericana Ben Pastor il lettore trova una miscela dalla composizione originale: si congiungono atmosfere da spy story di guerra, il Secondo conflitto mondiale guardato dalla parte del Terzo Reich; ricostruzioni storico-ambientali di scientifico rigore; infine, un intreccio poliziesco, cupo, intelligente, imprevedibile. Protagonista assoluto è Martin Bora, ufficiale della Wehrmacht, qui cronologicamente agli albori della sua carriera investigativa (benché questo sia l’ultimo romanzo scritto della serie). Bora è un gentiluomo di antica nobiltà guerriera, fascino tenebroso, amante sfortunato, temperamento di severità kantiana, ma soprattutto roso, fino al disagio fisico tangibile, dalla contraddizione che non sa risolvere. Egli ha giurato obbedienza, e il codice d’onore gli vieta deroghe, ma cresce in lui la consapevolezza degli orrori dei nazisti, che disprezza per odio politico, per arroganza aristocratica, ancor più perché offendono il suo senso etico ed estetico. Un personaggio straordinario e fantasioso, ma non storicamente implausibile, visto che il suo modello, ideologico, è il colonnello von Stauffenberg, l’eroico attentatore di Hitler.
Siamo nell’aprile del 1939, vigilia di guerra. La carriera di Bora nel controspionaggio è appena iniziata. È ancora entusiasta del lavoro e fiducioso. Il compito è quello di accompagnare una trilaterale tedesco-nipponico-italiana, una conferenza di affari e di scambio di tecnologie militari. Ma è una copertura. La missione reale è di indagare attorno al «Signore delle cento ossa», una spia che secondo una prima ipotesi si identifica nella persona di Ishiro Kobe, rigido generale giapponese. Una mattina, andando a prelevare Kobe per una cavalcata, scopre la scena raccapricciante del primo omicidio: il generale è steso nel suo letto, segnato dai colpi di uno scudiscio; la pistolettata ha lasciato un arabesco rosso sulla parete. Nel bagno accanto, annegato nel sangue, l’aiutante Nogi. Uno scenario di inconfondibile natura. Sembra un delitto di onore, o di passione. Ma Bora si orienta diversamente: un terzo è penetrato nella stanza, l’assassino. Lo intuisce dalla collocazione dell’arma, lo stato dei corpi, una strana fila di formiche. Ma quale il movente? Tra mistificazioni, altri delitti, tradimenti, Martin Bora si inoltra negli ambienti lividi dove la guerra incombente favorisce intrighi come pozioni venefiche. E dove perderà la sua fiducia.


I doni più preziosi e il segreto di “Un’eredità di avorio e ambra”

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Per definire il Novecento, Eric J. Hobsbawm ha parlato di “secolo breve”, caratterizzato da profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali. Molte delle sue contraddizioni e, soprattutto, dei suoi nodi irrisolti sorsero però già nella seconda metà dell’Ottocento: mentre lo “spettro del comunismo” – riprendendo le parole di Marx – s’aggirava per l’Europa e i popoli (compreso quello italiano) combattevano per l’autodeterminazione, da qualche botteguccia del porto di Yokohama giunsero nel Vecchio continente migliaia e migliaia di insolite statuette, grandi poco meno d’un pugno. Erano di legno di bosso, argilla, ceramica, osso; potevano raffigurare un monaco mendicante, una tigre spaventosa e innumerevoli altri soggetti da legare alla cintola del kimono.
Molte di esse sono andate probabilmente perdute o giacciono nelle vetrine polverose di qualche museo; alcune, più fortunate, sono invece addirittura divenute protagoniste di un bel romanzo, Un’eredità di avorio e ambra (Bollati Boringhieri, pp. 398, 18 €; ora in offerta su Amazon.it cliccando qui a 15,30 €) dello studioso e ceramista inglese Edmund de Waal, che ricevette da un anziano zio materno una vera e propria collezione di  netsuke (così si chiamano questi piccoli manufatti). Attraverso il libro lo scrittore ha voluto rendere un tributo non solo alla sua famiglia d’origine, ma anche ad alcune delle epoche più sfavillanti e insieme fosche del cammino umano.

Tutto ebbe iniziò nella seconda metà dell’Ottocento, quando un ramo degli Ephrussi – i più grandi commercianti di cereali su scala planetaria – si trasferì dalla nativa Odessa nelle grandi capitali europee. Nella Ville Lumière, il giovane Charles, tanto raffinato quanto poco incline agli affari, divenne ben presto un mecenate e un arbiter elegantiae di tutto rispetto; nel bel mondo incantò anche lo scrittore Marcel Proust, che lo prese a modello per plasmare Swann, uno dei personaggi più memorabili della sua Ricerca del tempo perduto. Tra i primi ferventi sostenitori dell’impressionismo e costantemente attento a percepire nuovi fermenti artistici, Charles finì per innamorarsi ben presto del Sol Levante, in sintonia con la nascente mania del japonisme, che De Waal ci descrive magistralmente. La penna dell’autore, difatti, insegue gli appassionati della prima ora nelle loro caccie frenetiche alla ricerca di bibelot, servizi da tè e kimono; spia le ricche dame ricoprirsi di sete rare e nascondersi dietro i paraventi intarsiati per compiacere gli spasimanti; non indietreggia neppure dinanzi all’opulenza (talvolta esasperata sino al cattivo gusto) dei salotti e delle alcove pullulanti di bronzi, ceramiche, legni purché provenienti dall’estremo oriente.

A differenza dei più, Charles, esperto critico d’arte, scelse con cura persino i ninnoli e ben duecentosessantaquattro netsuke da esporre con orgoglio nelle sue stanze; a causa del mutare delle stagioni e delle mode, da curiosità esotica per rapire lo sguardo la collezione nipponica si trasformò in bislacco regalo di nozze. Le statuette finirono perciò dalla rutilante Parigi nella Vienna della Bella Epoque, dove presero parte ai giochi dei piccoli rampolli austriaci, ignari delle ondate sempre più violente di antisemitismo, che nel giro di pochi anni condussero alla tragica ascesa di Hitler. Sul calare degli anni Trenta, i potenti ed ebrei Ephrussi persero ogni bene e, soprattutto, pressoché ogni speranza: il clan si dissolse, mentre parenti e amici tentarono disperatamente di schivare la morte nei campi di concentramento o di non morire di stenti per le strade del mondo.

I netsukeemblema della magnificienza e ricordo dei giorni felici ormai trascorsi – non risplendettero più accanto ai Renoir, agli argenti e ai velluti; riposarono invece nelle tasche ingombre di un grembiule o nell’imbottitura di un vecchio materasso. E quando oramai la loro esistenza sembrava volgere al termine, ecco un nuovo, imprevedibile rovescio della sorte, pronto a catapultarli dall’altra parte del globo.

Con la sua scrittura misurata ma sempre precisa e coinvolgente, De Waal riesce egregiamente a descrivere i fasti e le miserie della vita umana, senza però fare alcun ricorso al rimpianto o a una compassione lacrimevole. Il lettore attraversa in questo modo lunghi decenni e incolmabili distanza geografiche rapito da una narrazione ricca e duttile che, a uno sguardo distratto, mirerebbe soltanto a raccontare le peripezie d’un piccolo tesoro artistico attraverso le alterne fortune di coloro che lo hanno posseduto. In realtà, il volume di De Waal è molto più di un romanzo: rivela la saga di una famiglia potente ma fragile, mostra i curiosi o tragici intrecci tra la Storia con la “s” maiuscola e le microstorie di ognuno di noi, e permette di rievocare alcune suggestive atmosfere artistiche e intellettuali. Ma sopratutto l’opera tenta di dipanare il complesso e ambivalente rapporto occidentale con il Giappone e il suo fascino esotico, dei quali l’Europa e gli Stati Uniti sono stati ripetutamente invaghiti, al punto da saccheggiare commercialmente il paese, soprattutto durante gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e nel corso dell’occupazione americana seguita alla seconda guerra mondiale.

Al pari di mille altri oggetti, anche i netsuke sono stati a lungo uno degli obiettivi prediletti dagli intenditori o, più spesso, dai collezionisti di souvenir nipponici a buon mercato: così piccoli, curati sin nei minimi dettagli e talvolta buffi sembravano alludere loro malgrado all’immagine stereotipata e ambigua del giapponese dal fisico minuto e dal comportamento bizzarro.

Eppure, proprio fissando alcuni dei pezzi della splendida eredità di avorio e ambra di De Waal – la lepre che ci fissa pronta al balzo, l’asino piegato sotto il peso del questuante, l’intagliatore di botti dall’aspetto dimesso eppure profondamente dignitoso – ci pare di cogliere una grande lezione: forse la bellezza – a differenza di quanto riteneva Dostoevskij – non salverà il mondo, ma sa offrirci i preziosi doni della speranza e della consolazione.


“Goodbye Madame Butterfly”: sei storie per scoprire la nuova donna giapponese

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Dolce, remissiva, a tratti sottomessa: questa è l’immagine stereotipata che molti uomini occidentali hanno della tipica donna giapponese. I tempi, però, sono cambiati, e a farlo notare a chi non se ne fosse accorto ci pensa Kawakami Sumie, autrice di Goodbye Madame Butterfly. Sex, Marriage and the Modern Japanese Woman (Chin Music Press, pp. 224, 20 dollari comprese le spese di spedizione dal sito dell’autrice; disponibile in inglese ora a prezzo scontato su Amazon.it a questo link).
Come s’intuisce già dal titolo, obiettivo del volume è sfatare pregiudizi e luoghi comuni sull’universo femminile nipponico; per raggiungere la sua meta, l’autrice racconta sei storie reali, senza perbenismi, vissute talvolta nell’ombra, talaltra con orgoglio. Troviamo Ai, divorziata, in tresca con il suo capo, contrario a lasciare la moglie, che decide di dare una svolta alla sua vita dopo aver conosciuto un altro uomo; c’è Emi, che scopre di essere incinta proprio quando lo è l’amante del marito; e poi ecco Mitsuko, che a cinquantotto anni s’innamora di una pop star coreana; e ci sono anche ragazze, rispettabili signore, mogli di preti Shinto che cercano – ciascuna a suo modo – amore, sesso, attenzioni, o soltanto un po’ di felicità.


Raccontatemi le vostre idee per il gruppo di lettura virtuale

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Finalmente, dopo aver rimuginato a lungo su come impostare il gruppo di lettura virtuale, ho trovato una soluzione facile da gestire e adatta anche a coloro che non hanno grande dimestichezza col computer. Ora rimane soltanto una questione: scegliere il primo libro da leggere e commentare insieme.
Vi chiedo, quindi, di proporre qui sotto nei commenti uno o più volumi che vorreste condividere con gli altri; fra qualche giorno, poi, unendo i vostri spunti alle mie idee, vi sottoporrò un sondaggio per scegliere l’opera. Quella che otterrà il maggior numero di preferenze sarà la protagonista del gruppo di lettura a novembre.
Nel frattempo, vi ricordo che chiunque voglia può partecipare al giveaway (lotteria) del blog; il regolamento è disponibile a questo link.
Sono felicissima nel constatare che avete partecipato in tanti (al momento in più di cento!), non limitandovi a spendere due parole sul libro, ma raccontando un frammento di voi stessi, della vostra vita, del vostro universo, e di ciò vi sono profondamente grata. 🙂


“1q84” di Murakami: un articolo di M. Persivale

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Per tutti coloro che stanno aspettando con impazienza novembre per poter finalmente leggere 1q84 di Murakami, riporto un interessante articolo in tema, frutto della penna di Matteo Persivale, pubblicato in questi giorni nella versione online del <<Corriere della sera>>.

Se la terra, come la luna, avesse una faccia nascosta sempre invisibile e misteriosa, il nuovo romanzo di Haruki Murakami sarebbe ambientato lì. Tutto succede nell’arco di nove mesi – tre stagioni divise in tre libri da ventiquattro capitoli ciascuno – di un 1984 che non è esattamente quello registrato dalla storia – e infatti il titolo è 1Q84, in giapponese il numero 9 si pronuncia «ku» come la lettera Q, ma «ku» significa anche «dolore» – e in un Giappone nel quale sembra, progressivamente, esserci qualcosa di sempre più fuori fase (è il Paese dove i terremoti possono essere tanto forti da riuscire a spostare l’asse di rotazione della terra). 1Q84, letto dal «Corriere» in anteprima, bestseller a sorpresa in Giappone nel 2009 (pubblicato in tre volumi separati scatenando la Murakami-mania, uscirà negli Stati Uniti a ottobre presso Knopf e a novembre in Italia da Einaudi), è una storia contemporaneamente lineare e complicatissima. Ci sono due ragazzi: la killer su commissione Aomame (ha qualcosa di simile al dono dell’invisibilità) e l’insegnante di matematica e aspirante scrittore Tengo al quale un editor senza scrupoli dà un incarico (truffaldino) da ghost-writer del libro di una ragazzina-prodigio. Aomame e Tengo, che si sono conosciuti da bambini e si sono innamorati, non si incontrano da vent’anni: vivono separati su quello che Murakami, nell’unica intervista prima dell’uscita del romanzo in Giappone, definì «il lato oscuro della luna» (citando obliquamente, lui che di musica è maniaco, The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd). Takashi Murakami, «If the double helix wake up», 2002, particolare Takashi Murakami, «If the double helix wake up», 2002, particolare Da lì parte una storia – i capitoli e i punti di vista si alternano regolarmente tra Aomame e Tengo – che procede con lentezza tanto esasperante quanto voluta. Prima che Murakami diventasse famoso i suoi libri venivano spesso massacrati dalla casa editrice e il personaggio dell’editor mariuolo di 1Q84 potrebbe essere, perché no, una piccola rivincita personale. Ma la lentezza è indispensabile perché costringe il lettore a tenere il passo dei personaggi, rendendosi conto insieme con loro che qualcosa, nella memoria di Aomame e Tengo, non corrisponde alla realtà. Che c’è qualcosa di inaffidabile: non la loro memoria, ma l’anno 1Q84 nel quale vivono. Tra sette segrete dal sapore apocalittico, pastori tedeschi che si nutrono soltanto di spinaci, primitivi computer dai prezzi esorbitanti e discussioni sull’Isola di Sakhalin di Cechov, sui Fratelli Karamazov di Dostoevskij e su 1984 di Orwell, Murakami scopre le carte e rivela che la struttura di un romanzo tanto complesso poggia sulla musica. «Nella musica religiosa, Dio è sempre presente con la Sua grazia», scriveva Johann Sebastian Bach tra le annotazioni della sua Bibbia. Murakami non è un compositore – anche se da giovane gestiva un piccolo jazz club – ma se anche lui come Bach annotasse su una Bibbia le sue riflessioni, troverebbe tracce di Dio in una marcia militare cecoslovacca (la Sinfonietta di Leos Janacek, il compositore del Caso Makropulos, che Aomame ascolta sul taxi nell’incipit del romanzo e apre anche il secondo libro) come in una canzonetta americana degli anni 30. Quasi mille pagine in inglese, con due traduttori per accorciare i tempi di pubblicazione che si sono dovuti appellare alla Cassazione dell’autore per dirimere le numerose disomogeneità tra i loro scritti, l’uscita nipponica nel 2009 che ha scatenato traduzioni «pirata» diffuse on line e caccia ai contenuti da parte di fans frettolosi, e una copia staffetta americana è da poco stata venduta su eBay per 225 dollari, 166 euro. È il libro più complesso di Murakami, e poggia su quattro semplici versi di uno standard della Hollywood del bianco e nero, anno 1933. It’s Only a Paper Moon, scritta da E.Y. Harburg e Harold Arlen (quello di Over the Rainbow, da Il mago di Oz): «È un mondo da circo Barnum / Che più fasullo non potrebbe essere / Ma non sarebbe un’illusione / Se tu credessi in me». Perché Murakami il giapponese eretico in fuga dall’establishment culturale del suo Paese, Murakami l’umanista che gioca a nascondino con l’incubo orwelliano e che ricevendo il premio Jerusalem ha recentemente regalato al pubblico israeliano una parabola su un uovo che si schianta contro un muro («E non importa quanto abbia ragione il muro e quanto abbia torto l’uovo, io sarò sempre dalla parte dell’uovo»), al caos e alla fatuità del mondo da circo Barnum trova un antidoto teneramente antiquato: l’amore. Anche se impiega quasi mille pagine per farlo: perché ci vuole tempo, al lettore e allo scrittore, per respirare e pensare e camminare allo stesso ritmo. Come ha detto tanti anni fa Jay Rubin, suo storico traduttore americano, «ho sempre avuto l’impressione che Murakami scrivesse per me».

Matteo Persivale


Presentazione a Roma di “Qualcosa di simile” in compagnia mia e dell’autrice

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Cari lettori vicini e lontani, sono felice di invitarvi tutti a “Giappone tra le righe. Presentazione del libro Qualcosa di simile e dei racconti d’arte Mizumono, Tsukemono e Konomono; avrò il piacere di parlare di queste opere con l’autrice, ossia la bravissima Francesca Scotti, sabato 22 ottobre, alle 18, presso il Doozo. Art book & sushi (Via Palermo 51/53, Roma; www.doozo.it).

Della raccolta di racconti Qualcosa di simile – che sta riscuotendo ottimi riscontri dal pubblico e dalla critica – potete trovare qui nel blog una recensione, firmata da Mariella Soldo; se siete incuriositi anche dal trittico Mizumono, Tsukemono e Konomono, non vi resta allora che consultarlo liberamente nel sito internet dell’autrice (www.qualcosadisimile.it) e dare un’occhiata alle mie note di lettura.

Mi raccomando: vi aspetto!


Primo giveaway (ossia lotteria) del sito: e tu, perché non partecipi?

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Udite, udite! Per festeggiare i tre anni del sito e le oltre centomila pagine viste negli ultimi dodici mesi (probabilmente per i grandi siti si tratta di una bazzecola, ma per me rappresenta una bella soddisfazione), ho deciso di indire un giveaway tra i lettori del mio blog, ossia una sorta di piccola lotteria.

Le regole sono poche e semplicissime:
1. pensate al libro giapponese o riguardante il Giappone che amate di più; può essere un romanzo, una raccolta di racconti, un’antologia poetica, un saggio…;
2. scrivete qui sotto nei commenti il titolo, l’autore e il perché della vostra scelta. Non vi preoccupate se, una volta inviato il commento, non appare subito sotto il post: deve essere infatti prima approvato da me (non si tratta di una misura antidemocratica, ma semplicemente di un sistema che uso regolarmente per evitare spam e commenti molesti/autopromozionali/offensivi/etc. etc.).
3. aspettate fiduciosi il giorno dell’estrazione! 🙂

Il 7 novembre 2011 avrà luogo il sorteggio elettronico (realizzato tramite www.random.org) e verranno così selezionati due numeri: al primo estratto andrà in premio un libro (sorpresa!) e al secondo un oggetto legato al Giappone. Naturalmente, potete spargere la voce, diffondere l’iniziativa tramite il vostro blog, invitare parenti e amici: tutto quello che volete, purché rispettiate il regolamento. 😉

NOTA BENE:
non sono ammessi manga e affini;
non sono ammessi libri di testo per studiare il giapponese;
– ciascuno ha la possibilità di lasciare uno e un solo commento;
– mi riservo il diritto di escludere dal sorteggio eventuali commenti offensivi/discriminatori/fortemente autopromozionali, oppure indicanti testi che non ritengo consoni allo spirito del concorso (eliminerei, per esempio, il “Grande trattato sui bruchi giapponesi” o “Il meglio del cinema hentai di ogni tempo”);
verranno esclusi tutti i commenti incompleti, ossia che non presentano il titolo dell’opera e/o la motivazione della preferenza;
– ai fini dell’estrazione contano _soltanto_ i commenti lasciati qui nel blog, e non nel gruppo Facebook;
l’estrazione avverrà _solo_ se vi saranno _almeno  70_ partecipanti;
– piccola postilla aggiunta il 7/10: la motivazione della scelta non deve esser del tipo “mi piace perché è interessante/ perché è uno dei libri che più amo/ etc.”. Dal momento che dovrebbe trattarsi del vostro libro preferito legato al Giappone, è naturale che per voi sia bellissimo; quindi tirate fuori la fantasia e dateci dentro! 😉

In bocca al lupo!
Foto tratta da qui.


Bisbigliare amore dal centro del mondo

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Un giorno andai all’ospedale e Aki stava ancora dormendo. Era sola, non c’era nemmeno sua madre a farle  compagnia. Seduto vicino a lei studiavo il suo viso mentre dormiva: era pallido per l’anemia. Le tende color crema erano tirate. Aki, con gli occhi chiusi, era leggermente voltata sull’altro lato, per evitare la luce che filtrava, volteggiando per la stanza come minuscole ali di farfalla che si posavano sul suo volto donando alla sua espressione gentili sfumature. Continuai a osservarla come se stessi ammirando un bene prezioso. Poi mi prese l’inquietudine.
Sembrava che da quel sonno tranquillo si alzasse un seme di papavero, una piccolissima morte, quasi invisibile. Nell’ora di disegno, se uno fissava il foglio candido sotto il sole splendente, aveva l’impressione che si ricoprisse di piccolissimi puntini neri. Ecco, la sensazione era la stessa.
Chiamai il suo nome: << Aki>>.
Una volta e un’altra ancora. Tante volte. Allora lei si mosse appena, quasi lo cercasse, quel nome.

(Katayama Kyōichi, Gridare amore dal centro del mondo, pp. 94-95)

Prima di leggere Gridare amore dal centro del mondo di Katayama Kyōichi (Salani, pp. 162, € 9,90; in offerta su Amazon.it a 8,50 €; ne esiste anche una versione manga con disegni di Kazui Kazumi e un film), desumevo dal titolo che trattasse di una storia accesa, bruciante: gridata, appunto. In realtà, si è rivelato un romanzo sommesso, bisbigliato tra un ricordo e l’altro.
A prima vista la trama è quanto di più facile si possa immaginare: la giovanissima Aki scopre di essere ammalata di una grave forma di leucemia, e il suo ragazzo Sakutarō – anch’egli liceale – non riesce a farsene una ragione. Non può accettare che il loro amore – semplice e contraddittorio come solo quello adolescenziale sa essere – sia incapace di evitare una catastrofe simile; non vuole trascorrere il resto dell’esistenza con la speranza di potersi ricongiungere ad Aki in un improbabile aldilà, come da cinquant’anni sta facendo il suo nonno paterno, costretto in gioventù a rinunciare alla donna che avrebbe voluto sposare.
Chi muore in età precoce è caro agli dèi, credevano gli antichi greci, ma qui non c’è alcuna traccia di divinità; anzi, in alcuni momenti sembrerebbe che tutto l’universo sia ostinatamente sordo alle preghiere innalzate al cielo per trattenere la fanciulla ancora un po’ su questa terra.
La sostanza del libro sembra però essere altrove. Non dimora nella disperazione delle famiglie, né nel racconto d’un autunno inesorabile che si specchia nel nomen omen (il nome-destino) di Aki*, e neppure forse nello stato di apatia e incertezza esistenziale che opprime Sakutarō. Il succo vivo e agrodolce dell’opera è distillato piuttosto nelle istantanee che scandiscono un amore profondo e in evoluzione: gli appuntamenti quotidiani attesi con trepidazione, i baci dati di nascosto, il desiderio e il timore di scoprire il corpo dell’altro.
Quali siano le ingenuità da imputare agli schietti sentimenti del giovane e quali alla penna d’uno scrittore che sa bene quali corde del cuore del lettore toccare, probabilmente non è dato saperlo. I simbolismi troppo evidenti (un amore che trionfa in primavera ed è funestato dalla morte alle soglie dell’inverno; la speranza di una nuova vita che risorge con la fioritura dei ciliegi; etc.) e i segnali d’un’ingiusta predestinazione forzano la narrazione; è difficile però rimanere del tutto freddi dinanzi a una storia che risveglia  le nostre più intime paure.

*Aki, infatti, significa ‘autunno’ in giapponese. Nel romanzo è però detto che l’ideogramma con cui è scritto il nome della ragazza vuole in realtà riferirsi a hakuaki, l’era cretacea. Spiega infatti al fidanzato:  <<Fra le ere geologiche è quella in cui sono nate e prosperate nuove specie di piante e animali. Come i dinosauri o le felci. Mi hanno chiamato così con l’augurio che anche io, come questi esseri, potessi prosperare.>>.