“1Q84” di Murakami finalmente in italiano a novembre

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Nell’attesa che si scopra nelle prossime settimane se Murakami abbia vinto il premio Nobel per la letteratura (è in lizza da diversi anni, oramai), i suoi lettori possono fare il conto alla rovescia per l’edizione italiana di 1Q84, ritenuto il capolavoro dello scrittore: Einaudi ha infatti annunciato che i primi due volumi saranno finalmente pubblicati a novembre, mentre il terzo uscirà nel 2012.


“Cucina giapponese di casa” di Kurihara Harumi: la bontà è servita

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Ingredienti:

– Kurihara Harumi, un’ottima cuoca e food writer giapponese;
– una buona dose di entusiasmo;
– una nutrita raccolta di gustose ricette casalinghe pressoché sconosciute in Europa;
– un ricco apparato di bellissime foto;
– una casa editrice di classe, ossia la Guido Tommasi Editore.

Procedimento:

  1. Ponete la cuoca-foodwriter dinanzi al suo ricettario privato; non dimenticate di lasciarle accanto carta e penna.
  2. Aspettate che gli occhi le si illumino e che l’ispirazione prenda il sopravvento.
  3. Consegnate tutto a un buon grafico, capace di dare a ogni pagina una nota di originalità e di colore.
  4. Et voilà, Cucina giapponese di casa è pronto!

 Oggi mi sono concessa questo piccolo divertissement per parlarvi di un volume che apprezzo molto, Cucina giapponese di casa di Kurihara Harumi (Guido Tommasi Editore, pp. 192, € 25; ora in offerta su Amazon.it a 21,25 € cliccando qui). Si tratta di un’opera molto diversa da quelle che siamo abituati a scorgere negli scaffali delle librerie: niente sushi a profusione, niente banalità, niente ricette alchemiche che prevedono difficilmente reperibili o costosi.

Nell’Introduzione, l’autrice delinea in modo rapido e limpido i principi fondanti della cucina del Sol Levante e della sua personale visione dell’universo culinario: prodotti di stagione e di qualità, piatti leggeri e vari, attenzione costante agli accostamenti gastronomici ed estetici. Seguono una veloce panoramica sugli ingredienti da tenere in dispensa e un’ampia rassegna di ricette ‘rubate’ alle casalinghe nipponiche, facili da realizzare e adatte alla vita di tutti i giorni; penso, per esempio, al riso saltato con polpa di granchio, agli onigiri al pollo, al maiale allo zenzero… Neppure i vegetariani rimarranno a bocca asciutta: le patate con salsa alla soia dolce si accompagnano all’insalata di tofu con condimento al sesamo e ad altre numerose preparazioni animally correct.

Ogni ricetta è introdotta da alcune righe di presentazione, in cui l’autrice prodiga consigli, alternandoli con note sulla cucina giapponese; subito dopo troviamo l’indicazione delle dosi esatte degli ingredienti e la descrizione del procedimento spiegato passo passo con estrema chiarezza. Conclude il tutto una breve appendice dedicata agli indirizzi utili – italiani e inglesi – per reperire cibi, salse e accessori giapponesi.

L’entusiasmo di Harumi e il suo costante desiderio di aiutare anche il lettore-cuoco più sprovveduto sono percepibili in ogni pagina e si riflettono persino nelle immagini che la ritraggono; scopriamo così una donna dal volto dolce, che sorride in quel modo discreto e un po’ timido tipico dei giapponesi: altro che le espressioni accigliate o pretenziose di certi chef!

Insomma, il ricettario (anche se è riduttivo chiamarlo in questa maniera) presenta un unico inconveniente: al momento di chiudere il libro avrete sicuramente l’acquolina in bocca, ma – in compenso – vi ritroverete con lo sguardo sazio di piccole meraviglie e, di certo, un po’ più innamorati della sorprendente cucina giapponese.

Foto tratta da qui.


Nuove note per antiche parole: intervista a Ramona Ponzini

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Un tranquillo pomeriggio di settembre, davanti al computer, a scrivere. Distrattamente, apro l’ennesima pagina del browser e clicco su un link. D’improvviso, la stanza si riempie di una musica strana, nuova, che non ho mai sentito prima. Campanelli, versi giapponesi, una melodia avvolgente e, al tempo stesso, distante, antica.
Ho appena conosciuto Ramona Ponzini e la sua bellissima voce, e ancora non lo so.

Quello che mi è parso un canto remoto, eppure vivo nella carne e nelle sonorità, proviene in effetti dal passato. A partire dal 2004 Ramona ha sviluppato insieme ai My Cat Is An Alien (Maurizio and Roberto Opalio) il progetto Painting Petals On Planet Ghost (PPOPG; http://www.mycatisanalien.com/PPOPG.htm), volto a scoprire e sperimentare le potenzialità musicali della poesia giapponese, sposandole a contaminazioni inattese.

I sorprendenti risultati sono racchiusi in tre album, il primo dei quali, Haru (Time-Lag Records; vedi sopra la copertina), del 2005, s’ispira ai versi e alla letteratura dell’epoca Heian (794-1185), ed in modo particolare a una delle più antiche antologie poetiche giapponesi, il Kokinshū (Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne); non manca un tributo al celebre incipit del Makura no Sōshi (Note del guanciale) di Sei Shōnagon.

Nel 2008 è il turno di Fallen Cammellias (A silent place), che riprende alcuni tanka (composizioni liriche strutturate in 5-7-5-7-7 sillabe) della poetessa primonovecentesca Yosano Akiko, attingendo soprattutto alla raccolta Midaregami. L’anno dopo, in Haru no omoi (PSF Records; qui a destra la copertina), vengono riuniti alcuni brani estratti dai dischi precedenti, con l’aggiunta di due pezzi inediti, ancora una volta ispirati ai tanka di Yosano Akiko.

Ramona Ponzini non si ferma qui, e collabora anche con artisti quali Z’EV e Lee Ranaldo dei Sonic Youth, eseguendo in giapponese ― sua lingua musicale ed artistica d’elezione ― improvvisazioni live e testi da lei composti, come nel caso dell’album Ankoku.

Oggi sono felice di poterla intervistare e di scoprire qualcosa di più riguardo le sue interessanti ricerche. Prima di leggere il seguito dell’articolo, vi suggerisco di ascoltare qualcuno dei brani presenti in http://paintingpetalsonplanetghost.bandcamp.com.

Biblioteca giapponese (d’ora in poi Bg): Innanzitutto, Ramona, ti ringrazio per la disponibilità. Alla tua giovane età hai già all’attivo importanti traguardi (una laurea coronata da una tesi sugli esordi letterari della poetessa Yosano Akiko; collaborazioni di valore con numerosi artisti; interventi sul tuo lavoro pubblicati negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Giappone…). Oltre che alla tua bravura, naturalmente, una parte del tuo successo è legata al progetto Painting Petals On Planet Ghost: puoi raccontarci come è nata l’idea di battere nuove strade attingendo alla poesia giapponese?

Ramona Ponzini (d’ora in poi RP): Il progetto Painting Petals on Planet Ghost nasce dopo anni di interazione sinergica tra me e i My Cat Is An Alien. Ho conosciuto i fratelli Opalio nel 2001 e sono rimasta subito affascinata dal loro approccio anticonvenzionale alla musica e all’arte in generale. All’epoca mi occupavo di teatro sperimentale ma ho seguito costantemente i loro concerti, tenuto sott’occhio le innumerevoli uscite e dopo qualche anno è iniziato il nostro sodalizio artistico. Painting Petals on Planet Ghost scaturisce dall’esigenza di coniugare l’anima più lirica e melodica dei MCIAA con il lavoro di ricerca da me condotto, e che ancora sto conducendo, sulla poesia giapponese come fonte privilegiata di testi musicabili. Il punto di partenza sono proprio le liriche in giapponese: di solito seleziono i testi, li traduco per i ragazzi affinché possano comprendere il motivo che mi ha spinto a scegliere determinate liriche, nonché il loro significato, poi passiamo a concentrarci all’unisono sulla musicalità intrinseca della lingua e della metrica delle poesie per poter creare quel tessuto sonoro che viene a costituirsi quale perfetta culla per i testi e  le melodie.

Bg: Cosa pensi che i versi giapponesi possano comunicare oggi agli ascoltatori occidentali, tanto più che essi sono spesso digiuni di poesia nipponica?

RP: Painting Petals on Planet Ghost rappresenta il punto di congiunzione tra il mio lavoro di studiosa della lingua e della letteratura del sole levante e la mia personalità artistica: parafrasando Joan La Barbara, in quanto musicista mi occupo dei “suoni come presenza fisica”, li scolpisco attraverso la voce, e lascio che il flusso dei pensieri e la visualizzazione dei gesti sonori portino alla creazione del risultato finale. Credo fortemente che non sia sempre essenziale per il fruitore di musica capire alla lettera il testo di una canzone: l’essenza del mio lavoro risiede nel tentativo di far scoprire all’ascoltatore la funzione di base della voce come primario mezzo di espressione. PPOPG è un progetto che rispecchia una fuga verso l’interiorità più delicata e poetica, uno scavo intimista che lascia spazio alla pura catarsi: la musicalità che scaturisce dalla lingua giapponese sotto forma di poesia ne è il mezzo sublime.

Bg: All’inizio del ventesimo secolo, Yosano Akiko era ritenuta una poetessa trasgressiva e una donna fuori dal comune: pioniera del femminismo, anti militarista e scrittrice estremamente prolifica. Come mai hai voluto ispirarti a lei per il tuo album Fallen Cammellias e per la realizzazione di altri brani?

RP: Sin dal liceo (ma anche all’università), scorrendo l’indice delle varie antologie letterarie, mi sono sempre chiesta come mai queste fossero così digiune di nomi femminili. Era davvero possibile che i più grandi autori delle più grandi opere fossero esclusivamente uomini? Così ho iniziato a cercare, ad andare oltre quelli che erano i programmi scolastici e ho scoperto Gaspara Stampa, Elsa Morante, Amalia Guglielminetti, Kate Chopin, Simone de Beauvoir, Virginia Woolf, Jane Austen, Emily Brontë, Sylvia Plath, Murasaki Shikibu, Yosano Akiko, per citare solo alcuni nomi. Credo sia dovere di ogni donna leggere, innanzitutto, Una stanza tutta per sé della Woolf e Il secondo sesso di  Simone de Beauvoir, ma principalmente indagare e scoprire che anche noi abbiamo lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte, di tutte le arti, dalla poesia alla pittura, dalla musica al cinema; la nostra funzione creativa non si espleta solo nel mettere al mondo dei bambini, non può bastarci e in realtà non ci è mai bastato (anche se vogliono farci credere il contrario). Un esempio su tutti: Yosano Akiko, per l’appunto. Ha cresciuto undici figli eppure è una delle più grandi poetesse del ventesimo secolo.

Bg: Ascoltando i tuoi pezzi si rimane colpiti dalla sensazione di essere proiettati in una dimensione senza tempo; la ragione forse sta nell’aver sposato dei testi poetici – talvolta secolari – a sonorità nuove. Inserire questi versi in un tessuto musicale contemporaneo è un modo per tentare di renderli più attuali e dunque maggiormente apprezzabili anche dal pubblico?

RP: Credo che il nocciolo della questione risieda nella natura stessa della musica in quanto arte: l’Arte per eccellenza, secondo Nietzsche, il punto di sutura tra l’Uomo e il Dionisiaco.
In Musica e parola il filosofo ha sostenuto: “Mettere la musica completamente al servizio di immagini, e di concetti, utilizzarla come mezzo allo scopo di dar loro forza e chiarezza, questa è la strana arroganza del concetto di “opera”; (…) Perché la musica non può mai diventare un mezzo anche se la si vessa, se la si tormenta; come suono, come rullo di tamburo, ai suoi livelli più rozzi e più semplici essa supera ancora la poesia e la abbassa ad un proprio riflesso. (…) Certamente la musica mai può diventare mezzo al servizio del testo, ma in ogni caso supera il testo; diventa dunque sicuramente cattiva musica se il compositore spezza in se medesimo ogni forza dionisiaca che in lui prende corpo, per gettare uno sguardo pieno d’ansia sulle parole (…).”
Volendo bilanciare quelli che sono i due elementi del contendere, reputo che l’interazione sinergica, nonché paritaria, tra musica e poesia faccia sì che il testo poetico arrivi all’ascoltatore in maniera più immediata e viscerale, fino a toccare le corde più profonde dell’anima.

Bg: Oltre ad essere una bravissima cantante, sei certamente un’amante della letteratura giapponese: quali opere e autori ami, escludendo i testi e gli artisti su menzionati?

RP: La lista potrebbe essere molto lunga! Per dovere di cronaca credo sia giusto partire da quelle che sono state le mie letture al liceo: Yoshimoto Banana, in un primo tempo, e poi Kawabata Yasunari e Tanizaki Jun’ichirō. Tanikazi ha segnato profondamente la mia formazione letteraria, in particolare i primi racconti brevi, quali Shisei (Il tatuaggio) e Shōnen (Adolescenti), ma soprattutto opere come Bushūkō hiwa (Vita segreta del signore di Bushū) e Hakuchū kigo (Morbose fantasie), con la loro “estetica della crudeltà” continuano ad essere un’inesauribile fonte di stimoli e d’ispirazione. Rischio di essere scontata ma non posso non citare Mishima Yukio con Kinkakuji (Il padiglione d’oro), Tayō to tetsu (Sole e acciaio) e Eirei no koe (La voce degli spiriti eroici). Potrei mai omettere Murasaki Shikibu e il Genji monogatari? No. Categoricamente impossibile. Sarà sempre una delle più grandi opere della letteratura mondiale, non solo giapponese.

Bg: Rimanendo in tema: c’è qualche opera o qualche scrittore cui vorresti rivolgere le tue attenzioni musicali in futuro? Quali progetti hai in cantiere?

RP: Al momento sto lavorando sulle liriche di Takamura Kōtarō: è in uscita proprio in questi giorni un vinile intitolato Transaparent winter, per l’etichetta inglese Blackest Rainbow, che presenta due pezzi ispirati ai testi del poeta dell’epoca Shōwa, ma rielaborati e dilatati, frutto di un lavoro di improvvisazione e composizione istantanea che catapulta le sonorità tipiche di PPOPG in una dimensione più sperimentale rispetto ai primi tre album.
Il 23 novembre parteciperò insieme ai MCIAA e allo scrittore inglese Ken Hollings (autore di Benvenuti su Marte) ad uno show radiofonico alla londinese Resonance: il titolo della performance è ‘Ghost Blood Spectrum’ e per l’occasione selezionerò delle liriche giapponesi incentrate su quella che definisco “l’estetica del sangue”. Il 25 novembre sarò in concerto con Painting Petals On Planet Ghost al Cafe OTO di Londra, venue di culto per la musica sperimentale contemporanea (http://cafeoto.co.uk/my-cat-is-an-alien.shtm).

Bg: Grazie ancora, Ramona, e in bocca al lupo per i tuoi progetti.


“Non lo vince la pioggia/ Non lo vince il vento”: una poesia di Miyazawa Kenji

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A volte mi stupisco di come mi capiti tra le mani il libro giusto al momento giusto; ecco, stavolta è il caso di questa bellissima poesia di Miyazawa Kenji , scovata nella pagina Facebook de Les Bouquinistes:

 

 

 

Non lo vince la pioggia
Non lo vince il vento
Non lo vince la neve, o la calura dell’estate
Ha un corpo forte
Non ha desideri
Non perde mai la calma
Ride sempre di un sorriso tranquillo
Ogni giorno mangia quattro scodelle di riso bruno, del miso e un po’ di verdure
In tutte le cose, non tiene in considerazione se stesso
Osserva attento, ascolta, capisce
E non dimentica
Vive in una piccola capanna dal tetto d’erba, all’ombra di un bosco di pini nelle campagne
Se ad est c’è un bimbo malato, va a curarlo
Se a ovest c’è una madre stanca, va a sorreggere il suo covone di riso
Se a sud c’è qualcuno vicino alla morte, gli va a dire che non serve aver paura
Se a nord c’è una lite o una disputa legale, esclama: smettetela con tali sciocchezze
In tempo di siccità versa le sue lacrime
Se l’estate è fredda va in giro dandosene pensiero
Tutti dicono che è una testa vuota
Nessuno lo elogia
E nessuno è preoccupato per causa sua

Questa è la persona
Che io voglio diventare

Miyazawa Kenji

 

Ame ni mo makezu
Kaze ni mo makezu
Yuki ni mo natsu no atsusa ni mo makezu
Jōbu na karada wo mochi
Yoku wa naku
Kesshite ikarazu
Itsu mo shizuka ni waratte iru
Ichi nichi ni genmai yon gō to
Miso to sukoshi no yasai wo tabe
Arayuru koto wo
Jibun wo kanjō ni irezu ni
Yoku mikiki shi wakari
Soshite wasurezu
Nohara no matsu no hayashi no kage no
Chiisa na kayabuki no koya ni ite
Higashi ni byōki no kodomo areba
Itte kanbyō shite yari
Nishi ni tsukareta haha areba
Itte sono ine no taba wo oi
Minami ni shinisō na hito areba
Itte kowagaranakute mo ii to ii
Kita ni kenka ya soshō ga areba
Tsumaranai kara yamero to ii
Hideri no toki wa namida wo nagashi
Samusa no natsu wa oro-oro aruki
Minna ni deku-no-bō to yobare
Homerare mo sezu
Ku ni mo sarezu
Sō iu mono ni
Watashi wa naritai

Foto tratta da qui.


“Io sarò sempre lì”: lettera di un kamikaze alla figlia

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Nell’ottobre del 1944, in piena seconda guerra mondiale, Uemura Masahisa aveva venticinque anni. Era un tenente, forse un ragazzo come tanti, arruolatosi per necessità o desiderio, chissà.
Ma soprattutto era padre di una bambina piccola, cui scrisse una tenera lettera prima di salire a bordo del suo aereo e compiere la sua ultima missione. Da kamikaze.

Motoko,
mi guardavi spesso sorridendo, avevi l’abitudine di addormentarti tra le mie braccia e facevamo il bagno insieme. Quando sarai grande e vorrai sapere chi fosse tuo padre, chiedi a tua madre e a tua zia Kayo. A casa è rimasto un album con mie foto. Sono stato io, tuo padre, a darti il nome Motoko, pensando che saresti divenuta una persona dolce e tenera, che si prende cura degli altri. Voglio essere sicuro che tu cresca felice e diventi una magnifica fanciulla, e anche se io muoio senza che tu possa conoscermi non dovrai mai essere triste.
Quando sarai grande e vorrai incontrarmi, recati al santuario di Kudan. Se preghi con tutto il tuo cuore, ti apparirà il mio volto, […] Anche se mi è capitata la peggiore delle cose, tu non devi considerarti una figlia senza padre. Io sarò sempre lì a proteggerti. Ti prego, prenditi cura degli altri con tutto il tuo amore.
Quando sarai cresciuta e comincerai a pensare a me, ti prego di leggere questa lettera.
Sul mio aereo, ho portato come portafortuna una bambola che ti avevo regalato alla tua nascita. In questo modo sarai sempre con me.

(lettera tratta da R. Calvet, Storia del Giappone e dei giapponesi, pp. 353-354)

Qui a lato: fotografia d’epoca di kamikaze.


Due testimonianze di Tawada Yōko e Murakami Haruki sull’11 marzo

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Circa sei mesi fa, un violento terremoto – con tutto ciò che ne è conseguito – ha sconvolto alcune aree del Giappone. Oggi, dopo molte polemiche e molto dolore, voglio presentarvi le testimonianze di due importanti scrittori nipponici, Murakami Haruki e  Tawada Yōko (di cui mi sono occupata già in un altro post). Il contributo del primo è stato pubblicato qualche giorno fa nel <<Corriere della sera>> ed è consultabile a questo link (ringrazio Elena per la segnalazione); quello dell’autrice è invece riportato qui sotto. Il brano è stato tradotto da Mariano Manzo e tratto dal sito Le Rotte:

LA CALMA NELLA TEMPESTA
La parola “catastrofe” ha un suono diverso per le orecchie giapponesi

Da bambini abbiamo imparato a mantenere la calma in caso di una catastrofe naturale. Infatti quando sento la parola “catastrofe naturale” divento calma.
L’11 Marzo, poco dopo essermi svegliata mi ha chiamato una conoscente tedesca e mi ha chiesto se fosse successo qualcosa alla mia famiglia a Tokyo. Non sapevo ancora di cosa parlasse. Durante il giorno ero sempre più impressionata dalle tante persone dalla Germania, Francia, Italia, Stati Uniti e altri paesi che con apprensione mi telefonavano o mi scrivevano e-mail. Ho quindi provato a contattare da Berlino mia madre a Tokyo, ma subito ho realizzato che telefonicamente non ci sarei riuscita. Così ho inviato un’e-mail a mio padre e mia sorella per sapere se tutto andava bene.
Mio padre mi ha subito risposto che la metropolitana avrebbe ripreso a funzionare il giorno dopo e che quindi sarebbe potuto andare all’antiquariato per procurarmi quel libro che volevo. Questa è stata la prima cosa che mi ha scritto e non ho potuto fare a meno di ridere. Il libro mi serve urgentemente, certo, ma per quanto riguarda il terremoto? Mi sono ricordata lentamente che in queste situazioni bisogna concentrarsi su cose concrete, piccole e quotidiane come un libro, invece di pronunciare frasi ad effetto.
In giapponese non esiste una corrispondenza precisa alla parola “catastrofe”. Questo termine importato dal tedesco viene usato per la natura e in politica. Ciò dà la possibilità alle persone in caso di catastrofi naturali di pensare subito alla politica. Mio padre mi ha scritto poi che non poteva tornare a casa e che perciò avrebbe pernottato nell’ufficio della sua casa editrice. Sette scaffali erano caduti e i libri giacevano sul pavimento, ma non era successo niente.
In Giappone ci sono spesso terremoti sia lievi che forti e quindi non è per niente inusuale che gli scaffali cadano.
Fin dall’infanzia mi è stato detto continuamente che nell’arco della mia vita sarebbe arrivato un forte terremoto a Tokyo. Nel mio piccolo ero in qualche modo preparata, ma, attraverso le drammatiche riprese delle onde dello tsunami e di altre scene che si possono vedere su internet, sono stata improvvisamente messa di fronte a una paura fuori portata che si è impressa nei miei occhi. Questo non l’avevo calcolato.
La mia personalissima previsione era più prosaica. Ho sempre pensato che anche se tutta la casa o tutta la città venisse trascinata via, qualche sopravvissuto avrebbe cominciato, con un calzino o con una tazza, a ricostruire la vita nuovamente. Evitare il drammatico e concentrarsi sui piccoli oggetti che si possono toccare.
Ci sono alcune cose che mi hanno meravigliata. Per esempio non ho capito perché si parla della mancanza di energia elettrica come fosse il problema principale. Ho persino il sospetto che determinate persone usino questa situazione per dimostrare l’importanza delle centrali nucleari.
“Gente, se le centrali nucleari non lavorassero, la vita sarebbe così buia! Non è terribile?”
In Giappone il sole brilla più spesso e più forte che in Germania ma ci sono meno persone che credono che dal sole si possa ottenere energia. Naturalmente anche a Fukushima ci sono molte persone che si sono battute contro la costruzione delle centrali nucleari ma le loro voci non sono presenti nella stampa giapponese e sul pericolo della radioattività non si è mai parlato chiaramente.
Si parla di catastrofe naturale riguardo alla morte per radioattività ma la natura non ne è responsabile.


Risa Wataya a Roma

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A tutti coloro che in questi giorni si trovano a Roma, consiglio di sfruttare un’occasione quasi unica per conoscere un autore -anzi, in questo caso, un’autrice – giapponese di persona. Martedì 20 settembre, alle ore 18,30, presso l’Istituto giapponese di cultura (via Gramsci 74), Antonietta Pastore presenterà la conferenza di Wataya Risa, giovane scrittrice nota in Italia per i due romanzi Install e Solo con gli occhi, che le è valso il prestigioso premio Akutagawa. Vi lascio con l’incipit di quest’ultima opera, ma prima colgo l’occasione per ringraziare Barbara della segnalazione :

La solitudine grida. Un grido che si leva alto e continua a risuonare come una campanella, al punto da farmi male alle orecchie, da serrarmi il cuore, e per impedire che i miei compagni lo sentano mi metto a stracciare fogli di carta. In lunghe, lunghissime strisce. Il fastidioso rumore della carta strappata sovrasta quello della solitudine. E in più mi dà un’aria distaccata. Cos’è questa roba? Cloroplasto? Alga canadese? Non me ne frega niente. E allora? Voi questi microrganismi li trovate divertenti, pare (risatina), ma io non condivido il vostro fervore, in fin dei conti ormai sono una liceale. Vi guardo con la coda dell’occhio, e intanto continuo pigramente a strappare carta… E allora?


A Roma primo appuntamento del gruppo di lettura di Biblioteca giapponese

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Grazie alla collaborazione con la sala da tè Fiorditè (via Raffaele de Cesare 98, fermata Furio Camillo, Roma; tel. 0688653263; www.fiordite.it), una volta al mese curiosi e appassionati avranno l’occasione per riunirsi e chiacchierare con me a proposito di libri d’origine giapponese, nell’ambito del gruppo di lettura Fiorditè, fior di parole, interamente dedicato al Sol Levante.

Il primo incontro è intitolato “Bellezza e distruzione: Il padiglione d’oro di Mishima Yukio” e si terrà presso Fiorditè venerdì 16 settembre, alle ore 18,45; è prevista anche una degustazione gratuita del tè giapponese  tostato Houjicha, prodotto con le foglie del raccolto autunnale 2009.

Potrete inoltre cogliere l’occasione per dare un’occhiata alla bellissima oggettistica proveniente dal Sol Levante (set per la cerimonia del tè, teiere in ghisa, tazze…) o lasciarvi tentare dal ricco assortimento di tè giapponesi.

Per maggiori informazioni sull’evento, potete telefonare allo 0688653263 (risponde Fiorditè) oppure mandarmi un’email all’indirizzo bibliotecagiapponese@gmail.com.


Il giornalista americano che sfidò la yakuza: “Tokyo Vice” di Jake Adelstein

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«Un libro fantastico. Con umorismo sardonico e stile hardboiled, Adelstein accompagna il lettore in un viaggio appassionante nel mondo del crimine giapponese, esaminando i rapporti spesso ambigui tra giornalisti, poliziotti e gangster». Così George Pelecanos, significativo scrittore noir statunitense, ha commentato Tokyo Vice di Jake Adelstein (Einaudi, pp. 466, € 19,50), volume da poco uscito in Italia e ispirato a una storia vera dalle tinte forte. Questa la presentazione dell’editore:

La storia di Jake Adelstein, per dodici anni, dal 1993 al 2005, cronista di nera per lo «Yomiuri Shimbun», il piú grande quotidiano del Giappone, e dal 2005 al 2007 investigatore capo del Dipartimento di Stato americano e responsabile di una colossale inchiesta sul traffico di donne nel Sol Levante.
Un’indagine rigorosa sul crimine organizzato giapponese, tra estorsioni, sfruttamento della prostituzione, collusioni con la politica. E il resoconto emozionante delle vicende che hanno portato Adelstein a incrociare le armi con uno dei piú grandi boss della yakuza fino a rischiare la vita (al punto di entrare per piú di un anno nel programma protezione testimoni).
Un libro indispensabile per comprendere l’anima nera del Giappone, ma anche per penetrare nei meccanismi piú reconditi del crimine, e scoprirli vicini, a volte fin troppo simili a quelli di casa nostra.


Sushi o non sushi? La risposta in “Roma. Il mondo nel piatto”

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Da qualche giorno in tv sta andando in onda una (imbarazzante) pubblicità in cui il testimonial, Francesco Totti, nelle vesti di cuoco giapponese, in risposta ad alcuni nipponici che lo hanno ringraziato con il consueto “arigatou”, precisa: “Macché rigatoni, è sushi!”.
Questa breve nota di costume mi fornisce l’occasione per parlare della dilagante presenza dei locali estremo orientali nella capitale: se fino a pochi anni fa ogni quartiere aveva la sua osteria in cui assaporare i piatti tipici romani, pare ora invece non esserci zona che non possa vantare un ristorante giapponese o, per lo meno, un sushi bar. Insomma: la coda alla vaccinara e la pajata sembrano essere state sostitute dai più leggeri maki di salmone o da un piatto fumante di ramen.
Come raccapezzarsi, dunque, in questa selva di offerte, talvolta più o meno discutibili sotto molti punti di vista (piatti snaturati, dubbia qualità, cibi mal conservati, etc.)? Per fortuna, la critica gastronomica Fernanda D’Arienzo, insieme al suo team, ha dato vita a una guida-bussola da portare sempre con sé (non a caso, ha il formato adatto per essere infilata nel cruscotto o nella borsetta), vale a dire Roma. Il mondo nel piatto – ed. 2011/12 (La Pecora Nera edizioni, pp. 252, €8,90).
Quest’anno, in linea con le novità nel panorama gastronomico su citate, il volume riserva una particolare attenzione ai numerosi locali in cui si può assaporare la cucina del Sol Levante, senza però tralasciare al contempo un panorama culinario etnico  a 360°, che spazia dal brasiliano al vietnamita.
Gli esercizi commerciali recensiti appartengono a tre diverse categorie: ristoranti, take away e food shop. Ogni ristorante è dotato di un voto da 1 a 10 e di una propria scheda in cui figurano una serie di informazioni utili (tipo di cucina, giorno di chiusura, carte di credito accettate…); completa il tutto una breve descrizione dell’ambiente, del servizio e del pasto consumato. Vale la pena sottolineare che gli autori hanno agito in anonimato, pagando di tasca propria il conto e basando dunque il giudizio su un’esperienza reale, non condizionata da trattamenti di favore.
Nella categoria food shop – dedicata a coloro che vogliono cimentarsi nello sperimentare a casa le diverse cucine del mondo – potete trovare non soltanto negozi di alimentari, ma anche pasticcerie, rivenditori di tè e di alimenti bio, macellerie, botteghe equo-solidali e molto altro.
Concludono la guida un utile glossario delle pietanze etniche e una serie di praticissimi indici in cui i locali sono suddivisi  in ordine alfabetico, per zona o per area geografica.
Insomma: Roma. Il mondo nel piatto è davvero una miniera di idee sia per i romani, sia per i turisti che, una volta nella Città eterna, sono preda dell’eterno dubbio: “Che famo? ‘Ndo annamo?”.