Presentazione a Roma del libro “Storie di Uji (Uji shūi monogatari)”

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Domani, venerdì 29 aprile, alle ore 18, presso Doozo. Art, book and sushi (via Palermo 51-3; www.doozo.it) si terrà la presentazione del volume Storie di Uji (Ed. Casadeilibri, pp. 146, € 16); saranno presenti il traduttore Marco De Baggis e l’editore Lorenzo Casadei. Si tratta di uno dei classici della letteratura giapponese, più precisamente di una raccolta di novelle dai temi e personaggi molto vari.
Per chi non potesse assistere all’evento, ecco la presentazione andata in onda al Tg5 qualche settimana fa:


Uno sguardo filosofico sul Giappone: “Il chiarore del nulla” di G. Seubold

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Dopo l’ultimo post, dedicato a una visione occidentale del Giappone abbastanza avvilente, passiamo a una prospettiva del tutto diversa, per stile ed ambito. Il libro che oggi vi  propongo è infatti Il chiarore del nulla del filosofo tedesco contemporaneo Günter Seubold (ed. Marinotti, pp. 80, € 10), e questa è la quarta di copertina:

Profondo conoscitore ed amante del Giappone e della sua cultura, tanto da eleggerlo quale sua seconda patria, Günter Seubold ci regala in questo breve saggio una sorta di viaggio – fra tradizione, sensibilità ed emozione – in un paese tanto affascinante e misterioso quanto solo apparentemente così distante dal nostro.
Il punto di partenza è proprio questo: l’influsso della cultura occidentale, già a partire dal XVI secolo, sulla concezione dell’arte e conseguentemente della vita e del suo modo tutto particolare di concepirla del Giappone attuale.
E’ un viaggio intrapreso quasi in punta di piedi: l’autore prende per mano il lettore e, quasi fosse un bambino, lo accompagna su un sentiero lungo il quale egli apprenderà come qualsiasi attività quotidiana (musica e giardinaggio, bere il tè e far la guerra, …) sia intesa ed amata in Giappone come una forma d’arte.
Come ogni bel viaggio, è un vero e proprio rito di iniziazione, al termine del quale parole quali geinô (l’arte del “saper fare”), geidô (l’arte del “saper andare”) e geijutsu (l’arte del “saper essere”) assumeranno un significato del tutto nuovo e spalancheranno un orizzonte inaspettato di pulizia formale e passione, di rigore e naturalezza, di armonia e continuità tra passato e presente.
E’ un viaggio che, sul finale, si tinge di disincanto: quella che Seubold definisce l’“europeizzazione” del Giappone attuale altro non è che il grido d’allarme contro la superficialità diffusa, l’incapacità di guardarsi dentro e riscoprire quelle origini che, sole, restituiscono un popolo alla sua cultura ed alla sua storia.


“Fare l’amore” a Tokyo. E basta.

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A forza di cercare sempre libri legati al Giappone o ambientati in quei paraggi, si è forse attivata in me una specie di calamita che mi permette di pescare volumi di tal genere tra gli scaffali affollati delle biblioteche o delle librerie. E così, quando qualche giorno fa, dando un’occhiata alla quarta di copertina di Fare l’amore di Jean-Philippe Toussaint (ed. nottetempo, pp. 152, € 13), ho letto che le vicende si svolgono nel Sol Levante, ho preso il volume senza esitare.
Le delusioni, però, sono arrivate ben presto, a causa dei numerosi cliché in cui è possibile imbattersi pagina dopo pagina. La trama, piuttosto semplice, racconta la dolorosa fine di un amore tra un uomo e una donna francesi durante un soggiorno di lavoro a Tokyo; la narrazione è infatti scandita dai momenti di esasperazione del protagonista, che tenta di rompere con Marie, prototipo dell’artista bellissima e maledetta. I due – nei (rari) momenti in cui non litigano o non pensano al sesso – compiono tutti quei gesti tipici da gaijin (ossia stranieri) fuoriposto: bisticciano per strada, non rispettano elementari regole di educazione e non si preoccupano di imbarazzare chiunque abbiano davanti.
I giapponesi non fanno una figura migliore: ridotti a figurine o automi, si limitano a sorridere e ad annuire senza comprendere cosa accade intorno a loro.
Tokyo e Kyoto, infine, appaiono come meri fondali della passione distruttiva degli amanti; non a caso, buona parte della poetica del libro potrebbe essere riassunta nell’affermazione che chiude il primo capitolo: “il giorno si levava su Tokyo, e io le infilai un dito nel buco del culo.”


Una riflessione sul terremoto dello scrittore “otaku” Hiroki Azuma

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A distanza da un mese esatto dai tragici eventi che hanno funestato il Giappone, condivido con voi un articolo apparso nei giorni scorsi su “La Repubblica”. Si tratta di una riflessione di Hiroki Azuma, già autore di Generazione otaku, riguardante il terremoto dell’11 marzo.

Mentre camminavo verso casa, cercando di resistere alle scosse di assestamento che mi spingevano il cuore il gola, pensavo a come riuscire a parlare con mia moglie. Erano già tre ore che non riuscivo a contattarla, da quando avevo sentito la prima scossa nel mio ufficio, e poi la seconda nelle scale, diventate improvvisamente sabbie mobili. Questo non è un terremoto, ho pensato subito. E’ una guerra. Certo che noi giapponesi siamo abituati ai terremoti. Ci prepariamo fin da piccoli, abbiamo le esercitazioni, le simulazionie le prove vere perché ognuno di noi, a un momento o l’ altro della vita, deve affrontare almeno un sisma grave. Sai che ti toccherà, prima o poi. Sappiamo anche che esistono gli tsunami, molti genitori o nonni raccontano favole sul mare “arrabbiato”, i bambini spesso disegnano degli omini capaci di camminare sulle onde, è il superpotere che tutti sognano di avere. Eppure mai nessuno di noi aveva neanche immaginato questo terremoto, né questo tsunami. In strada, dopo i primi minuti di panico controllato, quella strana calma che noi giapponesi abbiamo anche in queste grandi prove, ho incominciato a sentire una paura nuova. Il mio cellulare era staccato, la rete di Internet funzionava a singhiozzo. A quel punto, la mia unica preoccupazione era riuscire a comunicare. Lavoro al Tokyo Institute of Technology, come tutti quelli della mia generazione sono anche io un “otaku”. Sono cresciuto in mezzo ai fumetti, cartoni animati e videogiochi, mi hanno educato al mito della potenza tecnologica e la mia è la cultura dello “stare in casa”, il significato letterale della parola “otaku”. L’ assenza di comunicazione è diventato un pensiero fisso. Una sensazione mai provata per quelli come me abituati a essere eternamente connessi. Dal mio ufficio ho dovuto camminare quasi cinque chilometri per arrivare a casa. Non c’ erano più autobus, né metropolitana. Ero in luogo aperto, insieme a molte altre persone, ma mi sentivo improvvisamente solo. Come se il black-out nelle comunicazioni fos se già un principio di morte. Alla fine, mi sono fermato in una cabina telefonica. Ce n’ è ancora qualcuna a Tokyo. L’ ultima volta che l’ avevo usata dovevo essere un ragazzino. Ma ecco che la vecchia cabina telefonica funzionava. Grazie a questo arnese del passato sono riuscito a parlare finalmente con mia moglie che era tornataa casa, dopo essere passata a prendere mia figlia piccola a scuola. Tutte e due stavano bene. Anche loro aspettavano di parlarmi. «Papà cosa è successo?» è stata la prima domanda di mia figlia, appena sono arrivato. Ci siamo abbracciati, mia moglie ha pianto. Le abbiamo detto la verità. Una bambina di cinque anni è abbastanza grande per capire. Almeno lo spero. Domani tornerà a scuola, insieme ai suoi compagni. Io andrò in ufficio. Dovremo cercare di tornare a una vita normale, perché solo così il Giappone potrà farcela. Ciò che sta accadendo ha superato i nostri peggiori incubi. Faccio lo scrittore, ma da venerdì [11 marzo] non sono ancora stato capace di mettere in parole quello che stiamo vivendo. Se non, forse, che questa è una guerra, o almeno qualcosa che assomiglia a come la immagino, visto che ho quarant’ anni e non ho mai conosciuto un conflitto vero. Le conseguenze di questo terremoto sono ancora imprevedibili. Il bilancio delle vittime è tale che ci vorranno anni per superare il lutto. La ricostruzione sarà faticosa. La nuova minaccia nucleare ci renderà comunque più fragili e ci porterà a cambiare le nostre convinzioni, probabilmente anche le nostre abitudini di vita. Per noi giapponesi niente sarà mai più come prima. E la generazione di mia figlia sarà per sempre quella che ha vissuto l’ 11 marzo 2011. (Testo raccolto da Anais Ginori)


Podcast di “Azzardi spirituali. Quattro volti del Giappone antico”

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Letizia, una lettrice del blog (che ringrazio), tempo fa mi ha suggerito un’interessantissima serie di podcast dedicata al Giappone. Le registrazioni sono tratte dal programma “Azzardi spirituali. Quattro volti del Giappone antico”, a cura dello studioso Massimo Raveri, e sono andate in onda su Radio 3 nel 2009. Ciascuna puntata è dedicata a un importante maestro buddhista; qui sotto potete trovare l’elenco completo con il relativo link da cui è possibile ascoltare il file.

Kukai. Io sono il maestro delle stelle
Shinran. Il potere della compassione
Nichiren. In un’epoca buia per annunciare il dharma
Dogen. Il Buddha attraverso la foglia


A Venezia eventi di beneficienza per il Giappone

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Ci tengo a segnalare alcuni eventi pro Giappone che si svolgeranno in questi giorni, organizzati dall’università Ca’ Foscari di Venezia.
Domenica 10 aprile, dalle 15.00 alle 19.00 nel cortile di Ca’ Foscari, si terrano un mercatino e altre attività di beneficenza (workshop di origami, calligrafia, vestizione kimono con foto ricordo, dimostrazioni di iaidō, introduzione al gioco del go, videolettera e message board, mostra fotografica sul Giappone, dimostrazioni arti marziali, coro studentesco, competizione cosplay). Si potrà anche visitare la mostra fotografica “Help Japan”, con foto di Andrea Piovesan, e assistere al concerto del gruppo La mente di Tetsuya, che proporrà sigle dei cartoni animati giappponesi.
Attenzione: l’ingresso è su invito e per ogni informazione è bene contattare  giapponeday@unive.it.
Lunedì 11 aprile, presso l’Auditorium Santa Margherita, dalle ore 14 avrà luogo una giornata di solidarietà, con dibattiti e testimonianze; il programma è disponibile qui.
Mi raccomando: partecipate numerosi.


Recensione de “La scuola della carne” di Mishima a cura di M. Soldo

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Oggi ospito con piacere un contributo di Mariella Soldo (http://mariellasoldo.wordpress.com ), vale a dire la recensione de L’école de la chair (letteralmente La scuola della carne), un libro di Mishima ancora inedito in Italia. Buona lettura.

Il mercato dell’amore: passioni in vendita

L’école de la chair – che tradotto letteralmente vuol dire La scuola della carne – è un romanzo di Mishima non tradotto in Italia, ma ci hanno pensato i nostri cugini francesi, più attenti e sensibili, soprattutto da più tempo rispetto agli italiani, alla cultura orientale. Il testo è stato tradotto direttamente dal giapponese da Yves-Marie e Brigitte Allioux per Folio-Gallimard nel 1993, trent’anni dopo l’uscita del romanzo in Giappone.

Alcune domande restano ancora senza risposta: come mai L’école de la chair non è stato tradotto in Italia? Qual è stata la politica adottata dalle grandi case editrici che hanno pubblicato quasi tutto su Mishima, anche piccoli testi, a non rendere in italiano anche quest’ultimo? È una politica di svista o molto furbamente non si traduce uno scritto per i suoi temi al limite della morale?
Taeko, la protagonista del romanzo, è una donna sulla quarantina, dotata di estremo fascino ed eleganza. Ogni suo gesto, ogni suo movimento, è l’espressione sublime della sensualità: Posò con forza l’anello sul pianoforte e afferrò la punta di uno dei suoi guanti fra i denti, per farlo scivolare più velocemente. L’ebbrezza incominciava a farle girare la testa. “ Smettila, Taeko, finirai per sporcare i guanti con il rossetto!”. – È più erotico così, non trovi?”. La donna fa parte di quella società alto borghese nipponica post-guerra che ha abbandonato le tradizioni del proprio paese per aprirsi totalmente ai costumi dell’occidente. Divorziata, annoiata, Taeko conduce una vita senza margini: libera e indipendente. Possiede una casa di moda, è a contatto con gli alti funzionari dello stato e partecipa assiduamente ai più famosi cocktail mondani. Una sera incontra in un famoso bar frequentato da omosessuali, chiamato non a caso Hyacinthe (Giacinto, sicuramente un riferimento alla mitica leggenda che vede protagonista l’amore di Apollo per Giacinto), il giovane Senkichi “la cui bellezza si incontra raramente in questo mondo”. Il piccolo Sen, come viene comunemente chiamato dai suoi amici, è descritto nel romanzo come una divinità greca, come una statua abilmente scolpita, ma che cela, dietro la sua immortale perfezione, un lato oscuro, quasi impenetrabile, persino alla stessa Taeko: A volte, quando in uno di quei momenti morti lasciava errare il suo sguardo nel vuoto, si sarebbe potuto scorgere, sotto la curva armoniosa delle sue sopracciglia, la malinconia della giovinezza. Il giovane uomo sarebbe disposto a tutto per i soldi, andrebbe a letto con chiunque, pur di arrivare nell’alta società. Il consiglio che Teruko, il travestito con cui Taeko stringe amicizia, è di lasciar perdere. Ma la sensualità che ormai ha invaso ogni cellula del corpo della donna è più forte della paura e del probabile inganno. Dopo un solo sguardo, Senkichi è già in lei, nella sua intimità più nascosta. Taeko decide di sedurlo e di fatto ci riesce.

Dopo i primi incontri, tra i due amanti s’instaura immediatamente una perfetta, ma altrettanto complessa, complicità. Non si abbandonano da subito ai richiami del corpo, si sfiorano e si scrutano con baci intensi, profondi: E quel bacio! La sua bocca conservava il ricordo di un sapore oscuro che prendeva al cuore, un gusto che nessun altro uomo le aveva fatto provare. Sembrava che Taeko non avrebbe mai più potuto dimenticarlo e che, se si fossero separati in questa maniera per sempre, quel bacio sarebbe stato il più lancinante dei ricordi, la tortura permanente del suo cuore. Taeko, immersa nelle ingannevoli dolcezze della passione, teme ogni stante che tutto possa finire da un momento all’altro: Ma si rese subito conto che quella simpatia reciproca che aveva creduto di veder nascere tra lei e Senkichi, quella sensazione che i loro cuori si capivano bene non era altro che una dolce illusione.

Il loro legame diventa uno scambio di male continuo che, paradossalmente, non fa altro che avvicinarli. Taeko e Senkichi s’incontrano così in quel gioco pericoloso che tiene unita la vittima al carnefice, gioco che continua nei sensi, fra candide lenzuola e che permette a Taeko di dimenticare ogni precedente relazione. Il piccolo Sen stava diventando la sua forma assoluta di erotismo e piacere, in cui ogni forma di paragone non è più possibile. Ama la freddezza del giovane uomo, la sua distanza dal mondo e dalle cose, persino la distanza che separava Sen da se stessa, ma più di tutto, la donna è attratta dal potere che il giovane corpo di Senkichi emana, quel potere di eternità, di infinito: Ciò che conta per una donna non è la bellezza, ma la giovinezza.

Per dominare totalmente Sen, Taeko gli chiede di vivere insieme, ma ad una sola condizione, forse la più preziosa per un legame profondo che può nutrirsi in eterno grazie alla leggerezza: Vengo ad abitare qui con te ad una sola condizione. Anche se viviamo insieme non devi assolutamente sconfinare nella mia libertà, altrimenti sarai tu a perdere. È chiaro? – Sì, capisco… ma lo so fin dall’inizio. – Sicuro? Insistette Senkichi. – Perché pensi che si possa limitare la libertà qualcuno come te?

Così Sen non rinuncia per nessuna cosa al mondo alla sua libertà, ma, nonostante i suoi sforzi, a Taeko risulta difficile dominare la sua gelosia, che spesso resta muta, in onore di quel perfido accordo. In casi come questi, la donna deve crearsi un’arma per sopravvivere alla libertà di Senkichi, un’arma diabolica che mette in discussione i suoi sentimenti verso il ragazzo, che dà la morte ai suoi ideali, al suo amore. Per amare Senkichi e non soffrire, Taeko deve giungere alle sue profondità meschine, abbassandosi alla sua superficialità. Lei deve essere necessariamente ciò che non è per tenere stretta a sé Senkichi: Dal momento che per vivere con me devi conservare una totale libertà, ho pensato che posso farlo io, dovrebbe essere la stessa cosa. È la mia unica possibilità di salvezza. I misteri mi fanno orrore, come tutti quei piccoli segreti che finiscono col rendermi nervosa. A partire da adesso, presentami tutte le tue amiche. Posso giurarti che non ti darò fastidio. Ma, in cambio, forse anch’io potrei avere un’avventura, uno di questi giorni, per preservarmi. In quel caso ti presenterò la persona in questione, apertamente, e ti chiederò l’approvazione… Come spiegarti meglio? Credo che siamo giunti a un punto in cui dobbiamo rinunciare a ogni ipocrisia. L’ipocrisia lasciamola alle coppie ordinarie… Dobbiamo essere complici, piuttosto…come dei fuorilegge!
A partire da questo momento, Taeko inizia a indossare una maschera che non le appartiene, mentre Senkichi, con il suo vero volto, maschera di se stesso, inizia il lungo cammino verso l’inganno e la menzogna. La donna tradisce Senkichi con un uomo d’affari, non per desiderio, ma per un volere ben esplicito: colpire gli argini del ragazzo, irrompere nel suo mondo di ghiaccio e finzione, scuoterlo nel petto, nell’anima, nella carne. Aveva venduto il suo corpo per donare a Senkichi uno spettacolo di dolore, così pensava, ma l’uomo reagì con la sua solita freddezza: quelli erano i patti, gli stava bene così! Ma il piccolo Sen tramava qualcosa di più diabolico, che la donna scopre per caso: vuole sposare Satoko, figlia di un uomo molto potente e ricco, ma nel frattempo non rinuncia ai suoi incontri amorosi con altri uomini. Taeko, dopo averlo fatto pedinare da un investigatore privato, ottiene le foto dei suoi rapporti clandestini. Potrebbe ricattarlo e far saltare così il suo matrimonio con la rispettabilissima famiglia Muromachi, ma cede ancora una volta alle debolezze del suo amore e decide addirittura di adottarlo: È tutto finito!

A questo punto Teruko, il travestito che lavora al Hyacinthe, durante l’ultima conversazione con Taeko, apre una questione che resta senza risposta: Anch’io un tempo lo avevo amato, da morire… Ma, comunque, era davvero un uomo orribile! Amore e laidezza possono convivere? Con quali risultati se non quelli del dolore? Cosa ci fa andare oltre quel volto, oltre quell’inganno della bellezza? E di cosa ci innamoriamo realmente, dell’illusione o della realtà? Anche Taeko si pone le stesse domande: Taeko capì immediatamente che quell’essere che aveva tanto amato era soltanto una chimera nata dai suoi stessi sogni. Forse, a volte, la bellezza è così avvolgente che inganna la nostra vista. Forse, nel momento in cui scopriamo, per caso, la bellezza in qualcuno, in realtà, stiamo inventando un romanzo, una finzione. Siamo noi l’inganno o il quadro che abbiamo dinanzi?

Dopo il male, dopo la crudeltà, Taeko abbandona i suoi sogni e sprofonda nuovamente nella purezza della sua solitudine, quel luogo a lei caro, fatto di ricordi, istanti, fotografie di momenti che, a contatto con l’acqua, sbiadiscono: Avrebbe realmente amato l’uomo che le stava di fronte quando sarebbe giunta a metà strada della sua vita, ma lui l’aveva fatta soffrire con una perfidia che oltrepassava ogni immaginazione. La sua cattiveria intrinseca, i suoi calcoli avidi erano così evidenti che non lasciavano più spazio al sogno.

Mishima ci mostra con questo romanzo che non esiste una scuola della carne, che non si può imparare a gestire il mistero della sensualità, perché nella pelle si cela l’inganno dei sensi.

Con delicata crudeltà, l’autore giapponese rappresenta il mercato dell’amore, in quella fredda agorà del cuore dove tutto si vende, persino i sentimenti e dove la passione è una moneta che vale più dell’oro.
Mariella Soldo


Io, Issa e lo hanami in città

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O fiori di ciliegio,
sembrate piovuti dal cielo goccia a goccia
tanta è la vostra bellezza.
Issa (da Poesie, ed. Acquaviva)

Agli inizi della primavera, oramai da qualche anno, mi piace fare un giro per la cosiddetta Passeggiata del Giappone, nel parco dell’Eur (Roma). Non è un luogo particolarmente poetico o tranquillo, ma per lo meno offre alla vista numerosi ciliegi dalle tinte pastello e prati verdi su cui sdraiarsi a guardare il cielo.

In queste occasioni mi chiedo sempre cosa pensino i giapponesi sotto i rami carichi  dei sakura, durante lo hanami (vale a dire la contemplazione dei fiori), e se noi occidentali riusciremo mai davvero a comprendere l’entusiasmo per un bocciolo rosa o un tenero pollone.

Durante la mia breve vacanza nel Sol Levante rimasi colpita dall’abitudine diffusa di immortalare alberi, fili d’erba e fiori d’ogni tipo. Si era in gennaio: spesso un manto di brina velava ogni cosa e la flora scarseggiava sul terreno ancora addormentato per l’inverno;  eppure qua e là trovavo fotografi d’ogni età intenti a catturare invisibili particolari della natura, mentre i turisti si affannavano a cercare l’attrattiva più monumentale o naif.

No, non credo che noi saremo mai in grado di cogliere appieno certe cose; e, forse, non è un caso se Issa, quasi due secoli fa, scriveva:

Sotto gli alberi di ciliegio
non ci sono
stranieri.

Issa


A Bologna ciclo di conferenze sul Giappone

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Grazie a Francesca, vi segnalo un interessante ciclo di conferenze dedicato al Giappone, organizzato dalla prof.ssa Scrolavezza. Gli incontri avranno luogo presso l’Aula Magna della Facoltà di Lingue, via Filippo Re 8, Bologna.

– 1 aprile 2011, ore 16:00: Adriana Boscaro (Università Ca’ Foscari di Venezia), “Il Giappone incontra l’Altro”

– 8 aprile 2011, ore 16:00: Matteo Casari (Alma Mater Studiorum Università di Bologna) e Toshio Miyake (Università Ca’ Foscari di Venezia) presentano il volume Culture del Giappone contemporaneo

15 aprile 2011, ore 16:00: Giorgio Colombo (Università Ca’ Foscari di Venezia), “Prove tecniche di litigiosità: oltre il mito dell’armonia giapponese”

– 29 aprile 2011, ore 16:00: Maria Teresa Orsi (Università “La Sapienza” di Roma), “Oltre il Millennio”


Kawabata e l’acqua per il tè

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I libri, forse, possono dividersi in due gruppi: da un lato, ci sono quelli che devi leggere nel posto giusto per gustarli appieno; dall’altro, quelli che ti portano dove vogliono loro, in qualunque luogo li sfogli.  Quest’ultimo è per me il caso delle raccolte di Kawabata Yasunari, forse perché nessun racconto somiglia al precedente; si può percepire una sorta di fil rouge che accomuna le sue storie, ma – nel momento di descriverlo – ecco che vengono a mancare le parole.

Forse la sede più adatta per perdersi in Cristantemo nella roccia, la novella che ho scelto con Francesca per la Stanza del tè, potrebbe essere un giardino giapponese, quieto, quasi dimenticato. Eppure, io l’ho letta in una fredda sera di marzo, aspettando un autobus che non voleva mai arrivare, tra un parcheggio vuoto e i neon di un supermercato. Avevo però l’impressione di essere dall’altra parte del mondo, davanti alla roccia umida che dà il titolo alla narrazione; e il rumore dell’acqua del tè, cui Kawabata accenna, mi riscaldava.

In questo breve brano che oggi vi presento, troveremo un personaggio già conosciuto, vale a dire  Sen no Rikyū, uno dei più importanti maestri della cerimonia del tè, coerente con la sua scelta di vita per l’eternità;di lui ci parla più approfonditamente Francesca nella sua Stanza tutta per (il) tè, ricca di profumi e suggestioni. Buona lettura.

Pur abitando nella valle del Kakuenji, con le sue magnifiche tombe di pietra, ho scoperto per la prima volta la bellezza di quest’arte a Kyōto quando, nel Daitokuji, vidi il prezioso stupa [monumento buddhista che spesso custodisce reliquie] che orna la tomba di Sen no Rikyū e la lanterna di pietra che orna quella di Hosokawa Sansai. Sia lo stupa che la lanterna sono opere per cui Rikyū e Sansai nutrivano una vera predilezione, e furono essi a sceglierle per le proprie tombe. Per questo sin dall’inizio le guardiamo come opere d’arte di cui questi grandi maestri del tè avevano riconosciuto la bellezza. E forse per l’atmosfera del mondo del tè che evocano in noi, in essesto avvertiamo un senso di familiarità e calore che raramente si prova davanti a vecchie pietre tombali.

Nella parte del prezioso stupa di Sen no Rikyū che dovrebbe corrispondere all’entrata, la pietra è stata scavata, e si dice che, accostando l’orecchio a quella cavità, si possa sentire un rumore sommesso, come di vento che soffia tra i pini. E’ il rumore dell’acqua che bolle per il tè.

Kawabata Yasunari, da Cristantemo nella roccia (tratto dalla raccolta Prima neve sul Fuji)

Foto tratta da qui.