“Cosa possiamo fare per il Giappone” di A. Pastore

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E dopo l’editoriale di Amitrano, oggi vi presento una sorta di lettera aperta di Antonietta Pastore (traduttrice a lungo residente in Giappone), tratta dal sito della casa editrice Einaudi, per cui lei ha curato Leggero il passo sui tatami e Nel Giappone delle donne, nonché alcune opere di Murakami. Ecco il testo:

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici…
Davanti alle immagini del terremoto e dello tsunami più devastanti che la storia del Giappone ricordi, benché il suo popolo non sia stato vittima della follia omicida degli esseri umani, ma della violenza innocente della natura, sono queste parole di Primo Levi a tornarmi in mente con insistenza. Perché per quanto ci si possa sentire partecipi del dolore e dell’angoscia dei giapponesi, resta il fatto che loro sono lì, in uno stato di totale incertezza ed estrema privazione, e noi invece qui, nella confortevolezza delle nostre abitudini quotidiane. Sono immagini difficili da sopportare quelle che vediamo scorrere sugli schermi dei nostri televisori: un uomo che cerca il figlio sepolto sotto macerie irriconoscibili, una mamma che solleva le braccia del suo bambino perché venga controllato dal rilevatore di radioattività, un vecchio – unico sopravvissuro della sua famiglia – che si stringe al petto un cagnolino, una donna che contempla attonita un ammasso surreale di detriti sul luogo dove un tempo sorgeva la sua casa… Di fronte a queste scene e al senso di perdita che ci trasmettono, non possiamo che ammirare il ritegno con cui i giapponesi esprimono il proprio dolore. Ma questo ritegno fa parte della loro cultura e della loro identità: manifestare in modo plateale i propri sentimenti, per queste persone cui non resta quasi nulla, equivarrebbe a smarrire anche il senso di sé, in un momento in cui, per sopravvivere, vi si devono aggrappare con tutte le forze.

Il divario fra la tragica situazione delle zone sinistrate e la nostra seppur relativa sicurezza è tale da provocare in noi – impotenti, se non in minima misura, ad alleviare la sofferenza di tanta gente – frustazione e sgomento. In un angolo della nostra coscienza però si acquatta anche, malgrado la tristezza, il sollievo di non essere noi le vittime, di non esserci trovati lì nel momento sbagliato – avrebbe potuto accadere, prima dello tsunami l’incantevole costa di Matsushima era una meta turistica –, di non essere un abitante di Sendai, di non vivere vicino a quelle centrali nucleari che stanno rilasciando il loro micidiale veleno e potrebbero esplodere da un momento all’altro. E questo sollievo per essere sani e salvi, insieme ai nostri cari, nell’ambiente che ci è familiare, a sua volta ingenera sensi di colpa, che cerchiamo di alleviare inviando denaro, versando qualche lacrima, scambiando meste considerazioni con amici e conoscenti, mostrandoci afflitti.
La vita quotidiana però ci impone il suo ritmo, allontanando la nostra attenzione dalla sciagura che ha colpito il popolo giapponese. Nelle prima pagine dei giornali questa ha già lasciato il posto ad eventi più vicini a noi, e gli articoli che ancora ne parlano si occupano più del rischio nucleare e degli spostamenti della nube radioattiva, che dello strazio di decine di migliaia di persone. Tornare alle occupazioni ordinarie è d’altronde un processo inevitabile e necessario. Anche in Giappone, dove la popolazione non direttamente coinvolta nell’emergenza continua a lavorare, a fare acquisti, a studiare, ma anche a svagarsi e a divertirsi: nelle zone lontane dalla costa nord-orientale, cinema, ristoranti e locali notturni, dopo un primo momento di shock, hanno ripreso a funzionare a pieno ritmo.
Col passare dei giorni, il pensiero torna sempre meno a quanto accaduto nelle regioni di Iwate, Miyagi e Fukushima l’11 marzo 2011. E noi occidentali, una volta messa a posto la coscienza con una donazione, o con qualche preghiera se siamo credenti, ci rassegniamo a lasciare che le cose facciano il loro corso, rassicurati dalla convinzione che i giapponesi, con l’efficienza e il coraggio consueti, sapranno tirarsi su e ricostruire ciò che è stato distrutto.
E non ci sbagliamo, perché ci riusciranno. Tuttavia, qualcosa di buono per loro lo possiamo fare anche noi, qualcosa di cui saremo i primi a trarre beneficio.

In questi giorni abbiamo visto, sugli schermi che riempiono le nostre tiepide case, persone che hanno perso tutto, provate dal dolore, dalla fatica, dalle privazioni, dal disagio di stare ammassate a centinaia in ricoveri di fortuna. E abbiamo imparato a riconoscere sui loro volti e nei loro atteggiamenti, al di là della compostezza, i segni della sofferenza; ad apprezzare la loro umanità; a intuire in loro la capacità di soffrire, di gioire e di amare quanto e come noi. Allora cerchiamo di ricordarla, questa verità che abbiamo intravisto nelle lacrime furtivamente asciugate e nei singhiozzi a fatica repressi, cerchiamo di non confinare di nuovo i giapponesi in quell’immagine stereotipata – gentili ma distanti, sorridenti ma inaffettivi – che in modo del tutto arbitrario, per ignoranza, abbiamo creato e a lungo conservato. Continuiamo a sentirci vicini a loro, uniti e solidali nella comune sorte umana.

Foto tratte da qui e qui.


Un video e un convegno per riflettere sulla situazione in Giappone

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In questi giorni – com’è giusto che sia – si sta parlando molto dei terremoti e dei problemi nucleari in Giappone; non di rado, però, i mass media hanno trasmesso al pubblico notizie false e talvolta persino tendenziose.
Per questa ragione, consiglio la visione di un servizio di Emilio Casalini (Report) andato in onda ieri sera, dedicato alla vita quotidiana a Fukushima in questi giorni (disponibile qui); inoltre, raccomando a chi abbia la possibilità di trovarsi a Milano di partecipare all’incontro “Il Giappone e l’informazione <<mediata>>”, promosso dall’Università degli studi di Milano, dall’Istituto giapponese di cultura, dal Contemporary Asia Research Centre e dall’Aistugia, che si terrà il 31 marzo alle 10,30 presso l’Aula magna del Polo di Mediazione linguistica e culturale, Sesto S. Giovanni, Piazza I. Montanelli 1.

Interverranno di persona o in collegamento via skype:
– Corrado MOLTENI, Professore ordinario dell’Università degli Studi di Milano, Addetto
Accademico e Culturale presso l’Ambasciata d’Italia a Tōkyō
– Carlo FILIPPINI, Professore ordinario di Economia Politica, Università Bocconi
– Alberto MENGONI, ENEA, Addetto Scientifico dell’Ambasciata d’Italia a Tōkyō
– Emilio CASALINI, giornalista RAI per la trasmissione “Report”
– Naotaka SAKAGUCHI, Console Generale Aggiunto, Consolato Generale del Giappone a Milano
– Studenti ed ex studenti rientrati in Italia dopo gli eventi sismici
Letture:
– La cognizione del dolore
di Giorgio Amitrano, Professore ordinario, Preside della Facoltà di
Scienze Politiche dell’Università “L’Orientale” di Napoli
– testimonianza quotidiana di Miya Itō, cittadina di Sendai

Ringrazio Francesca per la segnalazione.


Eventi interessanti a Milano

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Ho scoperto, tramite il blog Milleorienti (che vi consiglio di visitare spesso), una serie di interessanti iniziative che si terranno a Milano nelle prossime settimane per la rassegna “Frammenti di Giappone”, presso il Museo d’Arte e Scienza, via Quntino Sella 4. Questo il programma:

10 marzo ore 18.30
CARMEN COVITO
Miyabi. L’estetica di corte nel Giappone medievale

24 marzo ore 18.00 e ore 19.00
RYOKO TAKANO
Workshop di origami

31 marzo ore 18.30
GIAMPIERO RAGANELLI
Non solo Kurosawa: il cinema nella tradizione del Sol Levante

7 aprile ore 18.30
ROSSELLA MARANGONI
Evanescente come rugiada: l’estetica del mondo fluttuante

14 aprile ore 18.30
ROSSELLA MARANGONI e FULVIO CINQUINI
Matsuri, feste religiose e chiave di lettura della società giapponese

21 aprile ore 18.30
ROSSELLA MARANGONI e TOMOKO HOASHI
La vestizione del kimono

28 aprile ore 18.00 e ore 19.00
TOMOKO HOASHI e ALBERTO MORO
La cerimonia del tè

5 maggio ore 18.30
GRAZIANA CANOVA TURA
Tradizione, stagioni e cultura del cibo giapponese*
con catering a cura dell’Associazione Ristoratori Giapponesi


Novità: “Lampi” di Hayashi Fumiko

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Colgo la segnalazione di Barbara (che ringrazio) per annunciarvi la recente pubblicazione di Lampi di Hayashi Fumiko (Marsilio, pp. 232, € 15). L’autrice, vissuta nella prima metà del ‘900, si segnalò all’epoca come una delle più originali e anticonformiste: donna di bassa estrazione sociale e per di più figlia illegittima, scrisse di relazioni instabili, di eroine forti e di personaggi al margine della società.
Tornando al romanzo, eccovi la presentazione dell’editore:

Scritto nel 1936, Inazuma (Lampi) segna una tappa fondamentale nell’evoluzione artistica di Hayashi Fumiko, il passaggio da una scrittura più strettamente avvinta all’esperienza personale a una narrativa che vuole essere oggettiva. Una scelta non solo stilistica, ma che tocca nodi profondi e complessi come il rapporto fra gender, genere sessuale, e genre, genere letterario. Al centro del romanzo Kiyoko, il prototipo della giovane donna ribelle, concentrata nella ricerca testarda della propria indipendenza e pur tuttavia piena di contraddizioni nel suo rifiuto di piegarsi all’etica tradizionale che vuole una donna moglie e madre. La sua diversità è scritta nel corpo, nel labbro leporino, la cui cicatrice deturpa un volto altrimenti perfetto; la sua ricerca di una vita diversa, lontana dalla famiglia d’origine e dai modelli di femminilità interpretati dalle sorelle, è problematica, e il suo stesso rifiuto del matrimonio non è rifiuto dell’istituzione, quanto delle pressioni sociali e familiari dalle quali come donna si vede costretta. Romanzo dell’ambiguità, Inazuma si conclude senza dare al lettore alcuna certezza. Kiyoko decide di riprendere gli studi e di trovare un lavoro che le consenta di vivere con dignità, non rifiuta il matrimonio in sé, quanto la realtà familiare nella quale è cresciuta, un rapporto di coppia come quelli che ha visto vivere dalle sorelle. Ma rimane il dubbio che la possibilità di un amore differente le sia precluso dal suo handicap.


A Roma “Eleganza, gioco e tragedia in Akutagawa Ryūnosuke”

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Chi non conosce il famosissimo film Rashōmon, dalla regia di Kurosawa? Forse non tutti sanno però che, all’origine della pellicola, vi è un racconto di Akutagawa Ryūnosuke; di questo e di molto altro parlerà il dott. Lorenzo Marinucci sabato 26 marzo, alle ore 17,30, in un incontro dal titolo “Eleganza, gioco e tragedia in Akutagawa Ryūnosuke”, che si terrà presso il Doozo (via Palermo 51-53, a Roma).
Qui sotto, il trailer americano del film:


Dalla prossima settimana in Italia il film “Non lasciarmi”

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Dal prossimo weekend sarà disponibile nelle sale cinematografiche italiane il film Non lasciarmi, tratto dall’omonimo romanzo di Ishiguro Kazuo (Einaudi, pp. 296, € 17,50).  L’editore ce lo presenta così:

Tre bambini crescono insieme in un collegio immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani. La loro vita verrà accompagnata dalla musica dei sentimenti: l’amicizia e l’amore come uniche armi contro un mondo che nasconde egoismo e crudeltà.
Un romanzo commovente e visionario.
Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età, una grande amicizia nasce fra i tre bambini:Kathy, timida e riservata; Tommy, impulsivo ed ingenuo;Ruth, prepotente e carismatica. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento.
Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Sembra quasi averne paura, «come si ha paura dei ragni», pensa Kathy. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici.
Cosa ne sarà di loro in futuro? Cosa significano le parole «donatore» e «assistente»? E perchéi loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, la Galleria, sono così importanti? Cosa dovrebbero dimostrare?
Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia a rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata su questa terra. È uno di quei rari libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento o cannocchiali: facendogli percepire in modo dolorosamente intenso e vicino la fragilità, la provvisorietà, la finitezza della vita, di qualunque vita.

Questo, invece, il trailer del film:

Ringrazio Manta per la segnalazione.


Editoriale di Amitrano sul terremoto giapponese

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Vi propongo il toccante editorale di Giorgio Amitrano, docente universitario e noto traduttore, apparso ieri ne “Il manifesto”:

«Non ci sono parole». È una frase che in questi giorni ricorre spesso nei nostri discorsi a proposito di ciò che è avvenuto in Giappone. Eppure questa dichiarazione di silenzio è subito smentita da un inarrestabile bisogno di commentare, raccontare e giudicare. Unanime l’ammirazione per il comportamento dei giapponesi. Le parole «dignità» e «compostezza» sono ripetute di continuo. Non mi preoccupa che diventino un luogo comune. Le trovo giuste, adeguate, e non c’è bisogno di affannarsi a cercare sinonimi. Però spero che tutti coloro i quali seguono ipnotizzati le immagini della tragedia percepiscano, dietro la dignità e la compostezza, il dolore. I giapponesi lo soffrono come ogni altra popolazione del mondo, né le loro emozioni sono meno profonde e sconvolgenti di quelle degli altri.
Eventi del genere attenuano le differenze culturali che, anche in tempi di omologazione globale, continuano ad alimentare l’attrazione e la curiosità (a volte venate di razzismo) che ogni alterità ispira. Le tragedie ci ricordano l’appartenenza di tutti a un’unica razza umana e, anche se per un tempo breve, ci affratellano. Il dolore umano è lo stesso a Fukushima e ad Haiti o all’Aquila, nel Friuli o in Irpinia, anche se espresso in una lingua incomprensibile ai più, anche se meno urlato, e comunicato con una gestualità forestiera, fatta di inchini e povera di abbracci. Un dolore che parlando un linguaggio diverso dice lo stesso strazio per la perdita delle persone e delle cose materiali. La disperazione per la perdita delle case, ma anche di oggetti superflui e incongrue suppellettili, è un sentire le cui radici affondano in un’era precedente a quel consumismo su cui il Giappone ha costruito la propria fortuna nel dopoguerra, e che forse risale a vite precedenti dell’umanità.
Conservare le cose e con esse costruire il proprio ambiente ricorda il lavoro concreto e poetico degli uccelli che fabbricano il nido o di animali che si costruiscono una tana, i quali trasformano senza saperlo, attraverso la scelta di una varietà di materiali, il concetto ancestrale di rifugio in quello storico di casa. Quando guardiamo le rappresentazioni della Shoah, quegli ammassi indistinti di cose strappate alla vita delle persone tra cui si riconoscono qua e là un violino, una bambola, degli occhiali, una scarpa femminile, stringono il cuore quasi come le immagini degli uomini e delle donne che ne sono stati deprivati. Le persone, spogliate dei loro vestiti e delle loro cose, ci appaiono atrocemente decontestualizzate. Anche i giapponesi che vediamo fissare sgomenti le proprie case trasportate da una corrente violenta e impassibile, o cercare tra le macerie un figlio, un padre, una compagna, lo sono. E guardano piangenti e disorientati il loro contesto frantumato, quelle case senza muri e senza porte, fatte a pezzi, ormai indifese eppure di colpo diventate inespugnabili. Non c’è più nessun modo di costruirsi un varco in quella massa di detriti per entrare e ritrovare il proprio mondo.
Il dolore è universale. I giapponesi però, più di altri popoli, sono abituati da sempre a interrogarsi sulla natura della sofferenza e sulle sue possibili cure. Il verbo buddhista, che ha attecchito in Giappone alle origini della sua civiltà, ha individuato in quattro semplici leggi il percorso della sofferenza: dalla sua origine, che si fonda sull’attaccamento, alla via per superarlo, fino alla sua cessazione. Quale discorso più adatto a una umanità innamorata dell’eterno e condannata al transitorio? Il Giappone ha fatto proprio questo insegnamento straniero e lo ha fuso in un abbraccio sincretico con lo shintoismo, religione indigena della sacralità di rocce, alberi e nuvole, e il confucianesimo, dottrina anche questa importata, che ha segnato la posizione dell’uomo nel mondo, insegnandogli la legge del dovere e del rispetto verso l’altro. Da questa combinazione di fattori nasce la sensibilità nipponica. L’intensità dell’emozione di un giapponese di fronte alla fioritura dei ciliegi contiene in un frammento di tempo la sapienza di queste tre religioni. La sensazione di un respiro divino nel fiore, la coscienza della sua caducità, e lo sguardo di un osservatore il cui baricentro è saldamente nel mondo. Ed è questa la sensibilità che colpisce gli stranieri, i quali si riconoscono nel dolore ma si stupiscono di vederlo in forme a loro sconosciute.

Dalla pazienza all’ira
In questi giorni seguo costantemente le notizie sul canale satellitare della Nhk, la televisione di stato giapponese. La dignità e la compostezza resistono, ma nelle zone colpite e in più adesso soggette al pericolo nucleare, quando i soccorsi tardano o i viveri sono insufficienti, si cominciano a registrare segni di insofferenza e rabbia. Dicevo prima della matrice confuciana del comportamento giapponese, e del preciso senso dei propri doveri verso la società. Ma in Giappone, e questo in Occidente spesso lo si dimentica, è altrettanto vivo il senso dei propri diritti e di ciò che ci si deve attendere dagli altri e da chi governa. La loro straordinaria pazienza si basa anche su questo: un’aspettativa ragionevolmente fondata di vedere rispettati i propri diritti. L’incapacità dei responsabili di contenere i danni causati dal terremoto alle centrali nucleari o una gestione inadeguata della crisi da parte del governo potrebbero incrinare questa fiducia e mostrarci il volto irato del Giappone.
È di poco fa la notizia che i morti nella prefettura di Iwate sono saliti a oltre 1300. Questa zona, una di quelle su cui si è abbattuto lo tsunami, è la regione dove visse (tra il 1896 e il 1933) un grande poeta e autore di fiabe, Miyazawa Kenji. Iwate, che lui bambino e poi adolescente visitava nei suoi vagabondaggi alla ricerca di piante, rocce, minerali, e di cui ha descritto la natura maestosa e spesso spietata in versi e prose incantevoli, è stata in gran parte distrutta, nella zona costiera, dallo tsunami. Il paese natale di Kenji, Hanamaki, scampato all’onda anomala a causa della sua distanza dal mare, ospita in questi giorni, oltre a molti cittadini evacuati, i cadaveri trasportati dalle zone devastate. Ma anche le zone che il maremoto e il terremoto hanno risparmiato, sono minacciate dal pericolo radioattivo.

Il prezzo del benessere
Pur abituati da molti decenni a convivere con le centrali nucleari, che in un paese povero di materie prime rappresentano la migliore fonte di autonomia energetica, credo che i giapponesi comincino a chiedersi quanto alto possa essere il prezzo da pagare per il benessere fornito dall’energia nucleare. Non vi è altro popolo al mondo che abbia vissuto sulla propria pelle (nel senso letterale, non metaforico) la devastazione di due bombe atomiche. La cognizione del dolore dei giapponesi è segnata da quella tragedia senza ritorno. Grandi scrittori, a cominciare da Ôe Kenzaburô, hanno scritto sulle conseguenze della bomba pagine che bisognerebbe, spenta per qualche ora la televisione, tornare a leggere. Ma chissà perché in questi giorni il ricordo che mi accompagna con più insistenza è quello del film di un autore russo, anche se costellato di riferimenti al Giappone: Sacrificio di Tarkovskij. Il protagonista, angosciato dall’annuncio di una catastrofe nucleare imminente, decide di distruggere la casa e tutti i suoi beni «per salvare il mondo». Egli racconta al figlio la parabola di un monaco che, a forza di annaffiare un albero morto, con pazienza e disciplina, riesce a farlo rifiorire. La storia si apre proprio con l’immagine dell’uomo che, insieme al bambino, pianta un arbusto fragile e secco che chiama l’«albero giapponese».
Alla fine del film, quando il padre, dopo aver dato fuoco alla casa, viene portato via, il bambino continua a portare secchi d’acqua, fiducioso che l’albero rifiorirà. L’immagine di quel bambino che annaffia l’albero dissecato, in questi giorni di angoscia e di profonda preoccupazione per il futuro del Giappone, mi sembra rischiarare un poco, con la sua luce, un buio spaventoso.

Foto tratte da qui e qui.


A Roma ritratti di scrittori giapponesi e polaroid di M. Corleone

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In Italia, grazie alla penna di Tullio Pericoli e ai suoi numerosi ritratti, abbiamo avuto modo di conoscere l’espressività dei volti di molti scrittori, che raccontano così «una biografia diversa da quella ufficiale, una sintesi visiva, una sorta di faccia-riassunto».
Lo stesso si potrebbe dire per gli autori giapponesi immortalati da Michele Corleone nella sua mostra “ボケ東京 (BokeTokyo). Ritratti di scrittori del Giappone contemporaneo e Polaroids”, in esposizione al Doozo. Art books & sushi (Via Palermo 51/53, Roma) dall’11 marzo fino al 5 aprile 2011.
Per maggiori informazioni: http://www.doozo.it/galleria.html.
(qui a lato, Taguchi Randy, autrice di Mosaico e Antenna)


L’antica tazza di “cià” dell’esploratore

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Vi siete mai domandati che effetto doveva fare ai primi europei la vista dei giapponesi che sorseggiavano una strana bevanda dai riflessi verdi e dal sapore aspro? E vi siete mai chiesti quanti secoli ha dovuto attraversare l’usanza di bere una tazza di tè prima che diventasse una anche vostra abitudine?
Per rispondere a questi interrogativi, oggi ho scelto di presentarvi un testo piuttosto particolare, redatto non da un autore nipponico, ma da un mercante fiorentino dell’epoca rinascimentale, Francesco Carletti (1573 – 1636), che fu uno dei primi italiani a recarsi nel Sol Levante e a descriverne gli usi e i costumi. L’uomo – dedito anche alla tratta degli schiavi – percorse gran parte del mondo allora noto, e ce ne dà notizia nei suoi Ragionamenti. In una delle sue peregrinazioni ebbe modo di conoscere il tè, già all’epoca bevanda giapponese per eccellenza; di esso lo colpirono soprattutto le sue proprietà mediche (aiuta la digestione e contrasta la sonnolenza) e il suo valore sociale:

[…] mai non si guasta una certa lor foglia, che chiamano Cià, ovvero The, che viene prodotta da una pianta simile a quella del Bossolo, salvo che ha le foglie tre volte più grandi, e si mantiene verde tutto l’anno; e fa il suo fiore odorifero in forma di rose dommaschine [: con un aspetto simile al damasco]. Delle foglie ne fanno polvere, che poi posta in acqua calda, che di continuo tengono al fuoco per questo effetto, beono quell’acqua più che per uso di medicina, che per gusto, essendo di sapore amaragnolo, benche lascia poi la bocca buona, ed a chi usa berne fa buonissimo effetto. Giova assai a quelli ch’hanno debolezza di stomaco, e ajuta maravigliosamente alla digestione, e spezialmente è ottima a levare, ed impedire i vapori, che non vadano alla testa, ed infatti il berne dopo cena leva il sonno. Perciò il suo uso è berla subito dopo aver mangiato, e massime quando uno si sente carico dal vino. L’uso di bere questo Cià infra Giapponesi è tanto, e tale, che non s’entra mai in casa di nessuno, che non sia offerto amichevolmente, e quasi per creanza [: buona educazione], costumandosi da loro [: essendo offerto abitualmente] per onorare gli ospiti amici, siccome [: così come] s’usa ne’ paesi di Fiandra, e di Germania di offerire il Vino. […]

Francesco Carletti, Ragionamenti di Francesco Carletti sopra le cose da lui vedute ne’ suoi viaggi

Per saperne di più sulle varietà di tè giapponese, vi consiglio come al solito di fare due passi nella Stanza del tè di Francesca.
(Foto tratta da qui.)


Poche parole

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In seguito al terremoto e ai conseguenti, gravissimi problemi che stanno funestando il Giappone, mi sono spesso chiesta in questi giorni che senso avesse ora parlare nel blog di libri, letteratura, versi; talvolta mi è persino sembrato quasi un modo di voltare la testa dalla parte opposta della tragedia, di fingere che tutto vada come al solito.
Mi torna spesso alla mente un pomeriggio del gennaio scorso, all’ultimo piano della stazione di Nagoya, inondato dal sole. Chiacchierando con un’amica giapponese delle differenze tra i nostri due paesi, le chiesi come i suoi connazionali potevano aver fiducia nel nucleare, dopo aver subito diversi attacchi atomici. “Ma le centrali nucleari sono diverse; la loro energia è positiva, aiuta il Giappone”, mi disse.
Oggi ho deciso di interrompere il mio silenzio con una piccola pretesa: vorrei che le mie parole e i miei post servissero a ricordare che il popolo giapponese non è soltanto ripetutamente vittima del nucleare, ma soprattutto il custode di una cultura ricca e affascinante.

N. b.: mi sono vista costretta a nascondere _tutti_ i commenti a questo post, in quanto i toni si stavano man mano riscaldando. Il dibattito sul nucleare interessa a ragione molti di noi, compresa me; vi prego però di portarlo avanti in sedi diverse da questo spazio, che vorrebbe semplicemente trattare di libri e letteratura. Grazie.