In viaggio con Murakami: reportage di Repubblica.it (1)

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Per non smentire la fama planetaria di Murakami Haruki e, soprattutto, il fatto che, oramai, in Italia la letteratura nipponica si identifichi quasi esclusivamente con lui e la Yoshimoto, Dario Olivero, di Repubblica.it, dedica in questi giorni un reportage in più puntate allo scrittore di Kafka sulla spiaggia, dal significativo nome di In viaggio con Murakami. Attraverso il Giappone, s’intende. Ecco il primo estratto:

Forse semplicemente non esiste, non a Tokyo. O forse non in questa dimensione. Abituati a tutto, anche ai viaggi cosiddetti letterari, cerchiamo atmosfere e ispirazione dove altri l’hanno trovata prima di noi. Visitiamo la Praga di Kafka, la Londra di Dickens, la New York di Capote, la Parigi di Sartre. Ci sono viaggi organizzati per questo genere di cose. L’ultimo nato è la Stoccolma di Stieg Larsson. Città che prima aveva poco da offrire se non gli spazi troppo o troppo poco illuminati e respingenti di Bergman, ora diventa location a ore e a tariffa dei luoghi da cui il giornalista Mikael Blomkvist ha conquistato milioni di lettori. Ma Tokyo è un’altra cosa. Haruki Murakami è un’altra cosa.

L’hanno cercata in tanti la Tokyo di Murakami. Migliaia di lettori hanno creduto di individuare i luoghi che racconta nei suoi romanzi. Una di quelle che è andata più vicino è un’italiana, Rossella Marangoni (Tokyo, Unicopli, 2007). Ma andare vicino non vuol dire arrivare. La periferia in cui abita Okada Toru, il protagonista di L’uccello che girava le viti del mondo? Qualsiasi periferia. L’università di Norwegian Wood? La Tokyo University o forse la Waseda dove lo stesso Murakami ha studiato. Il caffè della ragazza che legge il suo immenso libro mentre il mondo le scorre attorno in After Dark? A Shibuya, a Ginza, a Aoyama. Potrebbe essere ovunque. Murakami racconta Tokyo senza lasciare nessun indizio reale. Nessuna traccia. Tranne una, la stazione di Shinjuku. Ammesso che quella che racconta sia la Shinjuku reale e non un varco verso altre dimensioni che corrono parallele alla metropolitana e si perdono verso la fine del mondo.

Certi inviati di giornali con poco tempo e messi alle strette tra fuso orario e scadenza di consegna del pezzo se la cavavano a volte con quattro chiacchiere con il tassista che dall’aeroporto li portava a destinazione. Si facevano una prima idea sommaria. In alcuni casi restava quella. A Tokyo questo rischio non c’è. I tassisti parlano solo giapponese, nessuna speranza di fare conversazione. E poi sono troppo impegnati a districarsi in un mestiere che, da Roma a New York nessuno invidia, ma che qui diventa usurante. Una toponomastica assente, il nome di qualche arteria principale, una sommaria divisione per quartieri. Il tassista che lavora a Ginza sa poco e niente di Odaiba, quello di Ogikubo non sa dove sono i Giardini del palazzo imperiale. Legge il nome in giapponese che la guida riporta prevedendo la difficoltà del viaggiatore, ma le cose non vanno meglio. Semplicemente non lo sa. Un altro si arrende di fronte a quello che un occidentale sa essere un monumento nazionale giapponese: Ghibli Museum, la fabbrica dei sogni di Hayao Miyazaki, il maestro dell’animazione, quello di Princess Mononoke, La città incantata e l’ultimo, Ponyo sulla scogliera. Quello che disegna tutto a mano. Ma il tassista non lo sa, non lo capisce, dà la colpa all’inglese che non parla.

Nessun tassista vi aiuterà. Non riescono a venire a capo, nonostante i sofisticati navigatori che avrebbero dovuto semplificare la loro vita della Tokyo di superficie, la Tokyo reale. Figurarsi la Tokyo di Murakami che forse non esiste nemmeno. Quella di Kokubunji, quella di Sendagaya dove Murakami aprì due jazz bar prima di dedicarsi alla letteratura è nascosta da un velo più denso della foschia di luglio. Manca la toponomastica in superficie, manca quella letteraria. Una metafora, tutto è metafora, tutto è sincronicità, tutto è attributo di un’unica sostanza. Tutto in una sola città.

Così cambiano anche le coordinate dell’inizio di After Dark: “E’ una metropoli quella che abbiamo sotto gli occhi. La vediamo attraverso lo sguardo di un uccello notturno che vola alto nel cielo. Nel nostro sconfinato campo visivo, appare come un gigantesco animale. O un confuso agglomerato, composto da tanti organi avvinghiati l’uno all’altro. Un’infinità di arterie si protendono fino all’estremità di un corpo inaferrabile, vi fanno circolare il sangue e ne rigenerano di continuo le cellule. Trasmettono nuove informazioni, e raccolgono quelle vecchie. Comunicano nuovi bisogni, e raccolgono quelli vecchi. Portano nuove contraddizioni, e raccolgono quelle vecchie. Al ritmo di queste pulsazioni, il corpo si accende in più punti, si infiamma, si contorce. La mezzanotte è vicina, il metabolismo di base per sostenre la vita dell’organismo, che ha appena superato la fase culminante della sua attività, continua con vigore inalterato. Un gemito, quasi un accompagnamento in sottofondo, si leva dalla città. Un gemito monotono, privo di alti e bassi, eppure denso di presagi”.

(Fonte: http://olivero.blogautore.repubblica.it/2009/07/28/in-viaggio-con-murakami-1)
(Foto: Tokyo, 2004. Fotografo: Sutton-Hibbert/Rex Features; fonte: http://www.guardian.co.uk/culture/tvandradioblog/2008/jun/25/imaginefailstofindmurakami)



Oggi thriller: Tokyo noir di Kenzo Kitakata

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Non è decisamente il mio genere, ma qualche lettore potrebbe apprezzare Tokyo noir di Kenzo Kitakata, edito soltanto ora dalla Newton Compton (pp. 336, € 9,90), malgrado sia stato scritto dall’autore nel 1983.
Il sottotitolo, Chi semina odio raccoglie vendetta!, già la dice lunga, ma è bene lasciare la parola alla quarta di copertina e ad un corposo estratto del volume, che potete leggere cliccando qui.

Takino si è lasciato alle spalle il suo passato nella Yakuza, e adesso conduce una vita modesta e tranquilla. È sposato con Yukie e gestisce un piccolo supermarket a Tokyo. Ma la quiete delle sue giornate viene sconvolta da un improvviso desiderio di sentirsi di nuovo vivo, di riprovare quel brivido – la pistola, gli inseguimenti, gli agguati – da tempo represso. Deciso a portare a termine un’ultima “missione”, ricontatta un vecchio amico. Ma il gioco si fa più complicato del previsto. Risucchiato nel mondo sotterraneo della mafia giapponese, Takino scoprirà che in fondo tutto questo lo affascina: ha provato a essere un bravo cittadino ma forse la sua vera natura è un’altra. Bruciano le sigarette e scende la pioggia nella periferia di Tokyo. Takagi, il detective più decorato della polizia, è l’unico a sospettare chi si nasconde davvero dietro la spietata prova di forza in atto nelle strade di Tokyo…
Azione e colpi di scena, furia e violenza distruttrice nei bassifondi della capitale giapponese, pallottole e sangue in un inferno metropolitano senza eroi: il passato di Takino è ritornato prepotentemente. La belva è uscita dalla gabbia, ed è pronta a farsi giustizia a modo suo.


Il sole si spegne di Osamu Dazai

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E’ recentemente uscito Il sole si spegne di Osamu Dazai presso i tipi della Feltrinelli (p. 144, 7,5 €; traduttore Luciano Bianciardi), già edito dalla SE qualche anno fa. sole_si_spegne

Attraverso la storia della rovina della propria famiglia narrata dalla giovane Kazuko, il romanzo adombra l’epopea tragica dell’aristocrazia declinante nel Giappone vinto e umiliato dalla guerra, e insieme propone la vivida e più vasta rappresentazione della desolazione spirituale di un paese che ha smarrito i valori della tradizione e va snaturandosi nell’incalzare di una civiltà industriale priva di idealità. Pubblicato nel 1947, un anno prima di annegarsi nel lago Tamagawa a Tokyo, Osamu Dazai vi consegnava un messaggio di disperata rivolta in cui si riconobbe e si identificò un’intera generazione – quella che visse il disordine e lo smarrimento del dopoguerra, nonché la frustrazione precoce delle speranze in un rinnovamento radicale della società. D’altra parte, il successo de Il sole si spegne, il richiamo straordinario che esercitò sul costume oltre che sulla vicenda letteraria giapponese, non si spiegherebbero senza quella potente contaminazione che fa di questa, come di tutta l’opera di Dazai, il riflesso e la cassa di risonanza della sua vita lacerata. Annullando ogni distanza da sé, sottolineando ed esasperando la corrispondenza tra le proprie esperienze e quelle dei suoi personaggi, Dazai trascrive sulla pagina letteraria una sofferenza esistenziale, il ribellismo e l’istinto di autodistruzione suggellati infine dal suicidio.

Per molti, questo libro potrebbe incarnare alcuni dei più classici stereotipi sul Giappone (il pessimismo dei protagonisti, lo sfondo della seconda guerra mondiale, le atmosfere nobili e decadenti, l’autodistruzione, il suicidio); eppure, la vicenda risulta fortemente personale e sentita.
La biblioteca giapponese della Feltrinelli – già piuttosto nutrita (Mishima, Yoshimoto…) – si arricchisce così di un testo fondamentale per comprendere il panorama letterario e culturale nipponico post bellico.
Per concludere, un lungo assaggio dell’opera:

(…) Forse dovrei parlare del serpe. Un pomeriggio, quattro o cinque anni fa, i bambini del vicinato trovarono una dozzina d’uova di serpe, nascoste fra i paletti della staccionata, in giardino. Dicevano che erano uova di vipera. Pensai che, con una dozzina di vipere a strisciare nel boschetto di bambù, non avremmo mai potuto entrare in giardino senza particolari precauzioni. Dissi ai bambini:”Bruciamo le uova”, ed i bambini mi seguirono, ballando di gioia.
Feci un mucchio di foglie e di frasche, vicino al boschetto, ed appiccai il fuoco, gettando poi le uova nella fiamma, una dopo l’altra. Per parecchio tempo non presero fuoco. I bambini mettevano altre foglie e rametti sulle fiamme, che si facevano ancor più robuste e lucenti, ma ancora pareva che le uova non potessero mai bruciare.
La ragazza della fattoria giù in fondo alla strada ci chiese, dall’altro lato della staccionata, che cosa facevamo.
“Bruciamo le uova di vipera. Ho una gran paura che possan nascere i serpi.” “Come son grosse le uova?” “Come le uova di una quaglia, e bianchissime.” “Allora son uova di un serpe comune, innocuo; non sono uova di vipera. Le uova chiuse non bruciano, sai.”La ragazza se ne andò, e rideva, come se la cosa fosse molto buffa.
Il fuoco era acceso da quasi mezz’ora, ma le uova proprio non volevano bruciare. Ordinai ai bambini di toglierle dalle fiamme e di seppellirle sotto il susino Andai a raccogliere dei ciottoli, per segnare la tomba.
“Preghiamo, tutti quanti.”Mi inginocchiai e giunsi le mani. I bambini, obbedienti, si inginocchiarono dietro di me e giunsero le mani nella preghiera. Ciò fatto, lasciai i bambini e lentamente cominciai a salire su per gli scalini di pietra. In cima c’era la mamma, all’ombra della pergola di glicine.
“Avete fatto una cosa molto crudele,”disse.
“Pensavo che fossero uova di vipera, invece erano di serpe comune. Però le ho sepolte, regolarmente. Non c’è motivo di adirarsi.”Capii ch’era una sfortuna che la mamma mi avesse visto.
La mamma non è affatto superstiziosa, ma ha un terrore mortale dei serpi, da quando, dieci anni or sono, morì il babbo nella nostra casa di via Nishikata. Pochi momenti prima che il babbo ci lasciasse, la mamma, scorgendo sotto il letto di lui – così le parve – una funicella nera, sopra pensiero si chinò a raccoglierla, ma si accorse che era un serpe. Scivolò via nel corridoio e scomparve. Se ne accorsero solo la mamma e mio zio Wada. Si guardarono l’un l’altra, ma non dissero nulla, per timore di turbare la quiete degli ultimi momenti del babbo. Ecco perché Naoji ed io (eravamo tutti e due nella stanza) non sapemmo nulla del serpe.
Ma io so, ne son certa perché l’ho visto, che la sera della morte di mio padre c’erano serpi attorcigliati a tutti gli alberi presso il laghetto del giardino. Ora io ho ventinove anni, e ciò significa che quando mio padre mori, dieci anni fa, ne avevo diciannove: non ero più una bambina. Sono passati dieci anni, ma il ricordo di ciò che accadde allora è ancor vivo e quindi non posso sbagliarmi. Camminavo presso il laghetto, volevo prendere i fiori per il funerale. Mi fermai accanto a un cespo di azalee ed all’improvviso notai un serpentello avvolto in cima a un ramoscello. Poi, quando feci per tagliare un ramo di rose kerria, da un cespuglio lì accanto, vidi che anche lì c’era un serpe. Sulla rosa di Sharon, sull’acero, sulla ginestra, sul glicine — su ogni cespuglio e su ogni albero — c’era un serpe. Questo fatto non mi spaventò in maniera particolare. Solo sentivo che in qualche modo i serpi, come me, piangevano la morte di mio padre ed erano strisciati fuori dalle loro buche per rendere omaggio al suo spirito. Più tardi, quando a bassa voce raccontai alla mamma il fatto dei serpi in giardino, ella prese la cosa con calma; solo inclinò un poco la testa, pensierosa. Ma non disse nulla.
Eppure la verità è che dopo questi due incidenti la mamma prese a detestare i serpi. O forse sarebbe più giusto dire che ne provava paura e sgomento, che era giunta al punto di temerli.
Quando la mamma scoprì che avevo bruciato le uova di serpe, certo deve aver sentito in quell’atto una sorta di malaugurio. Quando me ne resi conto, si fece strada in me la sensazione di aver compiuto, bruciando le uova, un’azione terribile. Mi tormentava la paura di aver provocato una maledizione su mia madre, tanto che non riuscivo a dimenticare quel fatto; non quel giorno, né quello dopo, né il successivo. Eppure stamani, in sala da pranzo tirai fuori quella stupida osservazione sulla gente bella che muore giovane; e poi, incapace di rimediarvi – non conta quel che ho detto, – finì che piansi. Più tardi, mentre sparecchiavo la tavola della colazione, provai una sensazione insostenibile: che in petto mi si fosse insinuato un serpentello orribile, capace di abbreviare la vita della mamma.
Quel giorno stesso vidi un serpe nel giardino. Era una bella mattina tranquilla, e dopo aver terminato il lavoro in cucina, pensavo di prendere una sedia di vimini e di mettermi sul prato a sferruzzare. Mentre uscivo nel giardino con la sedia in mano, vidi il serpe, fra le piante dell’iris. Provai solo un lieve senso di repulsione. Riportai la sedia nel portico, mi misi a sedere e cominciai a far la maglia. Nel pomeriggio, entrando in giardino con l’intenzione di prendere in biblioteca (è nel padiglione, in fondo al giardino) un volume dei dipinti di Marie Laurencin, c’era un serpe che strisciava, lento lento, sul prato. Era lo stesso serpe che avevo visto al mattino, un serpentello grazioso e morbido. Traversava il prato, tranquillo. Giunto all’ombra della rosa selvatica si fermò, alzò la testa, e vibrò la sua lingua che pare una fiamma. Sembrava che cercasse qualcosa, ma dopo un attimo abbassò la testa e si abbandonò al suolo, come sopraffatto dalla stanchezza. Dissi fra me:”Deve essere una femmina.”Ma anche allora la cosa che più mi fece impressione fu la bellezza del serpe. Andai al padiglione e presi il volume delle pitture. Tornando gettai un’occhiata furtiva al posto dove avevo scorto il serpe, ma era già scomparso.
Verso sera, mentre bevevo il tè con la mamma, mi venne fatto di guardare in giardino, proprio nel momento in cui lentamente, strisciando, comparve il serpe, sul terzo gradino della scala di pietra.
La mamma se ne accorse.”È quello il serpe?”Si precipitò da me dicendo queste parole e mi si mise accanto, tremante; mi stringeva le mani. All’improvviso mi balenò alla mente che cosa ella stesse pensando.
“La madre delle uova, vuoi dire?”proruppi.
“Sí, sí.”La voce della mamma era alterata.
Ci tenevamo le mani, ferme, in silenzio, guardando il serpe col fiato sospeso. Il serpe, abbandonato sulla pietra, ricominciava a muoversi. Lento, stanco, incerto, traversò lo scalino e scivolò verso gli iris.
“È da stamani che gira per il giardino,”sussurrai. La mamma sospirò e si lasciò andare su di una sedia.
“È proprio per questo, ne son certa. Sta cercando le sue uova. Poveretta.”La mamma parlava con voce affranta.
Ebbi una risata nervosa; non sapevo cos’altro fare. Il sole della sera colpiva il volto della mamma ed i suoi occhi scintillavano, quasi azzurri. Il viso, su cui pareva scorgersi un lieve accenno di collera, era cosi adorabile che io sentii il bisogno di correre fra le sue braccia. Allora mi venne in mente che il viso della mamma somigliava non poco a quello dello sfortunato serpe che avevamo visto proprio allora. Ed ebbi la sensazione, non so per quale motivo, che il brutto serpe che portavo in seno potesse un giorno finir per divorare quest’altro serpe, bello ed affranto: una madre.
Posai la mano sulla spalla morbida e gentile della mamma, e provai un’inquietudine fisica che non riuscivo a spiegare.


L'anima nascosta del Giappone di Marcella Croce

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Studio, impegni e – lo ammetto – un po’ di vacanze mi hanno tenuto lontano dal blog, ma ora sono pronta a ricominciare.
Vi presento oggi con molto piacere un libro segnalatomi dalla stessa autrice, Marcella Croce, appena uscito, L’anima nascosta del Giappone (Marietti editore, pp. 120, € 30):

Lo spirito del Giappone, più che spiegato o studiato, va semplicemente ‘sentito’, assorbito. Ricopiando la sutra nell’atmosfera rarefatta del tempio, l’unico rumore che avvertivo era il battere implacabile della pioggia che innaffiava naturalmente i celebrati muschi, e ad ogni tratto del pennello affondavo lentamente sempre più nel terreno inesprimibile del sacro. La pioggia continuava incessante; invece che rovinare la nostra passeggiata nel giardino, l’aveva resa ancora più suggestiva. Scendendo una dozzina di scalini, mi sono ritrovata nel buio totale di un ambiente sotterraneo, che intendeva richiamare il ventre materno, che è anche il ventre della terra, e in pochi minuti ciascun visitatore, che lo volesse o no, diventava pellegrino e avvertiva totalmente cambiata la propria dimensione. Ma è anche possibile visitare il Giappone, o anche viverci, senza avere nessuna idea, nessun vago presentimento di tutto ciò. Il contrasto fra la bellezza assoluta e silenziosa di templi e giardini da un lato, e le città frenetiche dall’altro è indescrivibile.